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Di Andrea Persi 

Fin dai tempi del Barone Frankestein (o Frankestin se preferite) quando la creatura si ribella al proprio creatore sono, per dirla con Lino Banfi, volatili per diabetici. Per i film non è troppo diverso. Se il nostro Gabriele Mainetti sembra ben lieto di aver fatto terminare il suo Jeeg Robot in un modo che difficilmente, ma mai dire mai, potrà dare vita a un sequel e il maestro Coppola di recente si è detto felice che la saga della famiglia Corleone si sia conclusa con l’ultimo capitolo del 1990, a volte può succedere che un prodotto nato per concludersi in un film o al massimo con un sequel abbia tanto successo da costringere il regista a ripensarci. Questo è certamente stato il caso della saga distopica creata da James Demonaco nel 2013 che ci racconta di un’America prossima ventura in cui un gruppo di potenti denominati Nuovi Padri Fondatori mantiene prospero il Paese e felice la popolazione, permettendo, una notte l’anno, qualunque crimine, incluso l’omicidio. La saga che si può dire abbia proceduto in crescendo raggiungendo con il capitolo conclusivo (Election year, attualmente disponibile su Netflix) il suo momento migliore, si è infatti conclusiva con un finale che lasciato margini piuttosto ridotti per un seguito. Come spesso succede, quindi, i produttori hanno deciso di tornare indietro per raccontare le origini della storia in una pellicola in cui Demonaco cura solo la sceneggiatura, mentre la regia è affidata a Gerard McMurray, la fotografia ad Anastas N. Michos (Mona Lisa Smile) e le musiche al compositore Anastas N. Michos, autore di quelle dei film precedenti.

In un’America devastata dal crimine e dalla povertà, il partito dei Nuovi Padri Fondatori d’America (NFFA) conquista il potere. I nuovi leader, sfruttando le teorie sociologiche della dottoressa May Updale (Marisa Tomei), organizzano un esperimento nel sobborgo di Staten Island in cui per 12 ore ogni crimine, incluso l’omicidio, sarà legale, per dimostrare che lo sfogo della rabbia repressa avrà un effetto positivo sulle persone e in cui finiranno coinvolti loro malgrado D (Y’lan Noel) boss malavitoso locale, la sua ex fidanzata Nya (Lex Scott Davis) e suo fratello Isaiah (Joivan Wade).

Smaccatamente più action e fumettistico dei capitoli precedenti (il primo può essere considerato un horror “domestico”, il terzo è un vero e proprio thriller politico) il film si suddivide in due filoni narrativi. Il primo che “osserva dall’esterno” gli eventi attraverso l’ottica della stampa e degli stessi Nuovi Padri Fondatori, che seguono con le loro telecamere sparse ovunque gli sviluppi dell’esperimento di catarsi collettiva e il secondo che segue la storia dal punto di vista, interno, di coloro, vittime o carnefici che siano, che lo vivono. All’onnisciente spettatore in sala viene dunque offerta la prospettiva del pubblico che attende il risultato del test, dello scienziato che lo conduce e delle cavie che ne sono l’oggetto, con questi ultimi che incarnano, rispettivamente, i cattivi e i buoni della pellicola. I primi sono rappresentati come avidi plutocrati bianchi e i secondi come persone di colore, che pur compiendo azioni discutibili come lo spaccio di droga, hanno un proprio codice morale, non a caso il personaggio, sicuramente il più sinistro del film, del drogato Skeletor, ottimamente interpretato dall’attore Rotimi Paul, ispiratore a sua insaputa del termine “sfogo”, ci viene mostrato come nient’altro che un burattino in mano agli spietati capitalisti della NFFA.

La sottolineatura etnica, è in effetti, uno dei punti deboli del film che sciorina luoghi comuni a profusione su neri e bianchi tra catenoni d’oro, rap a go-go e squadracce armate di persone vestite con le tuniche del Ku Klux Klan e con uniformi nazisteggianti. Altro aspetto negativo è l’esasperazione delle scene d’azione che diventano, specie nel finale, a dir poco fantasmagoriche, mentre sono apprezzabili alcune sequenze di contorno, come le care vecchiette che si dedicano alle bombe artigianali o l’uomo mascherato con la pistola che minaccia Nya e Isaiah.

Un prequel che offre spunti interessanti sulla dinamica socio politica, vicina in maniera inquietante alla realtà politica odierna, che ha condotto all’omicidio legalizzato come momento di purificazione interiore, ma che scivola in troppe occasioni nello stereotipo razziale e nell’azione esasperata e fracassona.

 

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