2001 Odissea nello Spazio

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Di Andrea Persi 

Andarsi a vedere un film del 1968 della signora durata di 149 minuti allo spettacolo serale delle 21:00 di lunedì potrebbe voler dire rimanere più soli di Donnie Darko, Gretchen e Frank durante la scena del cinema o finire in compagnia di personaggi più strani del pubblico del club Silencio di Mullholand Drive (a proposito occhio alle scena in cui Betty e Rita scendono i gradini della platea visto che si intravedono due vecchie conoscenze dell’universo lynchano).

Ma nulla di tutto questo succede se il film è il capolavoro di fantascienza di Stanley Kubrick che dopo 50 anni dimostra una tale freschezza tecnica e una profondità narrativa da far ben capire perché l’allunaggio dell’anno successivo all’uscita del film fu spacciato per una messinscena  il cui autore era proprio il cineasta newyorkese.

L’opera del regista di Shining, con dialoghi ridotti all’essenziale e un cast di nomi non certo di cartellone è ancora oggi un’esperienza sensoriale unica e semplicemente perfetta nel suo genere, in cui le immagini, i colori e il movimento si sposano perfettamente con le musiche scelte dall’autore per rappresentare l’armonia della conoscenza, pensiamo alla stazione spaziale che ruota su se stessa al ritmo del valzer di Strauss o alla conquista del talento nell’usare utensili da parte degli ominidi sottolineato dal brano Also sprach Zarathustra, e quelle più sinistre e disarmoniche di György Ligeti a rappresentare ciò che è sconosciuto e l’ignoranza, come nella scena dell’arrivo di Bowman della stanza bianca o del timido avvicinamento di Floyd e degli scienziati al monolito lunare. In tutto questo c’è la Terra di Mezzo del Discovery, il cui nome non a caso significa scoperta, dominato dalla fredda logica del computer Hal 9000 capace, come diceva il venerabile Jorge, ne Il nome della rosa, preservare il sapere, anche a costo di uccidere, ma non di farlo avanzare, un compito questo riservato all’uomo che ha il coraggio di sfiorare l’artefatto alieno per ottenerne i poteri e anche di varcarne la soglia anche a bordo di un guscio di noce, per giungere oltre l’infinito.

La metafora kubrickiana del viaggio dell’uomo rimane, dunque, in una sala piena di persone di ogni età ancora incantati dalle immagini e dal racconto, ancora d’immutata potenza e originalità.

 

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