My Friend Dahmer

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Di Andrea Persi 

Il sergente Henry Tandey, pluridecorato sotto ufficiale dell’esercito di Sua Maestà britannica nel dicembre del 1940 raccontò che durante la battaglia di Cambrai-San Quintino, nell’autunno del 1918 aveva risparmiato la vita a un soldato nemico ferito. Si trattava di un caporale e il suo nome era Adolf Hitler. Fa riflettere il pensiero di come spostando una “virgola” si possa cambiare il destino di milioni di altri. E ancora di più dà da pensare quale possa essere stato l’evento o la serie di eventi che hanno portato un individuo normale a essere uno dei personaggi più malvagi della Storia. Il regista indipendente Marc Meyers ha cercato di trovare una risposta riguardo a uno dei serial killer più efferati degli Stati Uniti ossia Jeffrey Dhamer il cannibale di Milwaukee, colpevole di 17 omicidi e di aver seviziato, torturato e, in alcune occasioni, perfino mangiato le sue vittime. Distribuita in Usa al Tribeca Film Festival e proiettato qui da noi alla Festa del Cinema di Roma, la pellicola basata sull’omonima graphic novel, in vendita su Amazon, del fumettista John “Derf” Backderf che fu realmente compagno di Dahmer alle superiori, è interpretata dalla star di Disney Channel e frontman della band a conduzione familiare R5, Ross Lynch per la fotografia di Daniel Katz e le musiche di Andrew Hollander.

Bath, Ohio anni ’70. Uno scuolabus percorre il solito tratto di strada verso il locale liceo con a bordo un piccolo gruppo di studenti che parlano e ascoltano musica. Uno di questi ragazzi, Jeffrey Dahmer (Ross Lynch) se ne sta in disparte finché la sua attenzione non viene attirata prima da un gatto morto sull’asfalto e dopo pochi istanti da un aitante uomo (Vincent Kartheiser) che fa jogging. Jeffrey, infatti, è omosessuale e una bizzarra attrazione per gli animali morti che scuoia e seziona nel capanno vicino casa dove vive con il fratellino Dave (Liam Koeth) e genitori Lionel (Dallas Roberts) che lo vorrebbe più attivo negli sport e nella vita sociale e Joyce (Anne Heche) che invece è concentrata unicamente su se stessa e su frivolezze come l’arredamento di casa. Il desiderio di Jeffrey di inserirsi, lo spinge ad assumere atteggiamenti sempre più buffoneschi che lo fanno diventare amico del compagno di scuola John Backderf (Alex Wolff). Ma la crescente situazione di disagio familiare e l’impossibilità di essere davvero se stesso, spingeranno il ragazzo ad assecondare sempre di più il suo lato più oscuro.

La provincia americana di fine anni ‘70, indifferente e apatica, ottimante ricostruita dal regista, diviene il contesto ideale perché le perversioni morbose di questo adolescente desideroso di essere accettato ma incapace di integrarsi, sopratutto a causa di un’omosessualità latente, socialmente riprovevole per l’epoca, emergano progressivamente attraverso le prime violenze sugli animali, l’alcolismo e la manipolazione del prossimo come nella scena in cui convince ragazza di cui non è minimamente interessato ad accompagnarlo al ballo di fine anno.  La sceneggiatura si interroga a 360 gradi sulle cause della nascita del mostro di Milwaukee dall’assenza dei genitori fino all’insano interesse per la morte, non tralasciando il disinteresse della società dell’epoca che negli anni successivi avrà non poca responsabilità, si pensi alle segnalazione dei confronti di Dahmer a lungo ignorate dalle polizia, per i suoi delitti, scegliendo, tuttavia, di non dare una risposta univoca sulle cause che sembrano rimanere nascoste dietro lo sguardo vacuo e freddo del protagonista, un eccezionale Ross Lynch che dimostra di poter diventare un attore con un grande avvenire davanti a sé.

Una pellicola che rappresenta una lenta ma inesorabile discesa in un incubo e che ci mostra come gli orrori possano nascere con fin troppa facilità.

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