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20 Gennaio, 2020
Recensioni

Richard Jewell

La migliore zia May di sempre (almeno secondo me), ossia l’attrice britannica Rosemary Harris, nel secondo capitolo della trilogia di San Raimi spiega, in un monologo divenuto culto per i fan, che dentro ognuno di noi c’è un eroe che ci accompagna per tutta la vita e ci fa essere persone rette.

Ma in base a quali regole o precetti morali? Una personalissima risposta, attraverso le opere più recenti della propria filmografia registica, l’ha provata a dare l’inossidabile Clint Eastwood, come fa anche nella sua ultima opera, tratta dal libro The ballad of Richard Jewell di Marie Brenner, per la sceneggiatura di Billy Ray (Overlord, Gemini Man) la fotografia di Yves Bélanger (Brooklyn, Non succede, ma se succede…) e le musiche di Arturo Sandoval (Il corriere – The mule).

Richard Jewell (Paul Walter Hauser), è un addetto alla sicurezza di trent’anni che vive con la madre Bobi (Kathy Bates) e crede fermamente nella legalità e nell’ordine. La sera 27 luglio 1996, diventa un eroe, individuando una bomba Centennial Park di Atlanta e riuscendo a far evacuare buona parte dei presenti.

Ma alcune ombre sul suo passato suscitano l’interessamento della squadra del FBI guidata dall’agente Tom Shaw (Jon Hamm) e della spregiudicata giornalista Kathy Scruggs (Olivia Wilde), trasformando l’esistenza di Jewell in un calvario di sospetti e accuse, contro cui potrà contare solo sull’aiuto del disincantato avvocato Watson Bryant (Sam Rockwell).

Con questo film, Eastwood chiude idealmente il ciclo sull’eroe americano iniziato nel 2014 con American Sniper e poi proseguito con Sully, Ore 15:17 – Attacco al treno e Il corriere, mostrandoci come il paladino a stelle e strisce non sia solo il marines che imbraccia il fucile ma anche (e soprattutto) chiunque metta in gioco se stesso per difendere determinati valori (la patria, gli innocenti, la propria famiglia), divenendo portatore (o meglio, restauratore) di ordine in un universo divenuto caotico e che tanto più lo è quanto più l’eroe è improbabile.

Così il cowboy contemporaneo di Eastwood non è più il cecchino infallibile di un Paese che crede nella guerra che combatte, ma o il piccolo e attempato trafficante di una società in cui il capitale manda in rovina i lavoratori o, come in questo caso, l’addetto alla sicurezza pedantemente zelante e in sovrappeso (quindi in un certo senso l’esatto opposto di un Chris Kyle)che opera in un mondo in cui i veri poliziotti sono indolenti e i mass media danno la caccia non alla verità ma alla notizia.

Ma se il personaggio maschile cambia in maniera inversamente proporzionale alla corruzione che lo circonda, i personaggi femminili del regista di Million Dollar Baby, non si spostano di un millimetro dal ruolo di semplici fedeli compagne (mogli, madri o affezionate segretarie che siano) dell’uomo e quando non lo sono, come nel caso della cinica Kathy Scruggs, rappresentano sicuramente modelli negativi: perfino la Christine Collins di Changelling, non a caso, trova la sua rivalsa solo quando riceve l’aiuto da parte degli uomini. Ma a parte il maschilismo latente e una sorta di “fretta” nella risoluzione dell’intreccio, come peraltro già visto in Sully, il film è una pellicola toccante e intensa sul coraggio e la fragilità della verità, magnificamente recitata da Paul Walter Hauser e da una Kathy Bates, meritatamente candidata all’Oscar per la sua interpretazione.

Se nei titoli di coda di Rocky Balboa, Stallone ci mostra che ognuno di noi può essere a modo proprio un combattente, Eastwood con questo film ci ribadisce, con l’ormai consueta maestria, che chiunque può essere un eroe. Ma solo alle regole del mitico Clint, si capisce.

Andrea Persi

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