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A Quiet Place – Un posto tranquillo

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Di Andrea Persi

La invasioni aliene sono una gran seccatura. In primo luogo è pacifico che i governi non sappiano mai che pesci pigliare, tanto è vero che in Battaglia per la Terra l’extraterrestre-rastafariano Terl (John Travolta) si bulla col povero Barry Pepper del fatto che lui e i suoi simili abbiano soggiogato il pianeta in pochi secondi e in secondo luogo, alla faccia dello spiegone iper-razionale sui motivi dell’attacco con cui inizia La guerra dei mondi di Byron Haskin gli invasori possono aver viaggiato anni luce non per sottomettere e depredare il pianeta ma per scopi molto più inquietanti e bizzarri come rapire gli esseri umani per i loro sinistri scopi come nel classico L’invasione degli ultracorpi e perfino cibarsene, come in un famosissimo episodio della mitica serie Ai confini della realtà, In ogni caso, scopi di quest’ultimo tipo hanno creato, cinematograficamente parlando, un vera e propria sotto-categoria di film più “casarecci” e a basso costo che non richiedevano dispendiosi effetti speciali con dischi volanti e raggi della morte, come l’inquietante Dark Skies o anche il b-movie Killer Klowns from Outer Space. Il giovane e poliedrico John Krasinski, regista, attore produttore e sceneggiatore e perfino doppiatore che presto vedremo come protagonista della serie tv Amazon Jack Ryan, basata sull’omonimo agente segreto nato dalla penna di Tom Clancy, dirige se stesso in un film, in uscita il 5 aprile, di questo genere, scritto da Scott Beck e Bryan Woods, per gli effetti speciali di Mark Hawker (Annabelle-creation, Nelle pieghe del tempo) e le musiche di Marco Beltrami (Logan – The Wolverine, Per primo hanno ucciso mio padre).

Nell’anno 2020 la popolazione terrestre è stata decimata da mostruosi esseri alieni che attaccano tutto ciò che produce rumore. Per sfuggirgli, la famiglia Abbott, formata dal padre Lee (John Krasinski), la madre Evelyn (Emily Blunt) e i figli Regan (Millicent Simmonds) e il figlio Marcus (Noah Jupe), cerca ha trovato riparo in una fattoria isolata e comunica col linguaggio dei segni per non attirare le creature, ma ben presto i superstiti si renderanno conto che la loro sicurezza è quanto mai precaria.

Fonte di ispirazione primaria della pellicola è, in maniera fin troppo evidente, Signs di M. Night Shyamalan sia per la tematica dell’attacco alieno che per la famiglia (in cui stavolta c’è anche una madre) sotto assedio in una casa di campagna con la cantina che diventa, come anche ne La notte dei morti viventi di Romero, il centro della loro esistenza e resistenza e per l’impostazione più horror, con tanto di frequentissimi jumpscaries, che fantascientifica. Rispetto all’opera del regista di Split, vengono però eliminate tutte le riflessioni sul caso o su una logica superiore che guida l’universo, che peraltro sarebbero di difficilissima rappresentazione da parte di personaggi che per il 90% della storia si esprime a gesti, prediligendo invece l’ azione e la suspense. L’idea funziona, ma fino a un certo punto. Accanto a trovate davvero ottime come la scena sul ponte o nel silos di grano, ce ne sono altre platealmente assurde come il parto “indolore” della Blunt, il fatto che i protagonisti girino scalzi per non fare rumore, ma non si capisce perché non usino calzini se non per stare sul punto di urlare ogni 5 secondi quando calpestano qualcosa a piedi nudi come nella scena del chiodo, oltre alla continua tendenza di mandare avanti la narrazione catalizzando tutte le “sfighe” degli Abbott attorno al personaggio di Regan, più “letale” della sua omonima ne L’esorcista e dell’ex presidente Ronald nelle sue performance attoriali e tirando fuori un finale al cui confronto quello del parodistico Mars Attacks sembra scritto da Francis Ford Coppola. Tuttavia a livello recitativo, nonostante il personaggio di Marcus vinca il premio per il bambino più frignone dei film horror, i migliori del cast sono proprio i giovanissimi Millicent Simmonds, attrice realmente sorda e Noah Jupe già interprete del bellissimo Wonder .

L’originalità del soggetto fa subito presa sullo spettatore, ma come a volte succede riuscire a portare avanti una buona idea fino alla fine della pellicola si rivela un’impresa troppo ardua per un regista a cui va comunque riconosciuto il merito di averci provato. Peccato!!!!

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