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Abel Figlio del Vento

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Di Andrea Persi 

Inutile fare i cinici. I film con gli animali ci fanno tenerezza fin dai tempi di Lassie e questo vale anche quando protagonisti sono animali “improbabili” come il maialino Babe o il gorilla Joe, il simpatico primate protagonista della pellicola di Rom Underwood Il grande Joe.

Se poi ci aggiungiamo, come fatto nella trilogia di Free Willy o nei due recenti film di Belle e Sebastien anche l’amicizia con un bambino triste e solitario, l’effetto “lacrimone” è assicurato. Difficile però, visto che il soggetto è piuttosto abusato, coinvolgere specie le giovani generazioni, abituate, peraltro, agli animaletti antropomorfi dei cartoni animati.

Forse per questo il duo di registi formato dallo spagnolo Gerard Olivares e dal documentarista austriaco Otmar Penker ha optato per un ritorno al passato in questa pellicola, presentata all’ultimo festival di Giffoni nella sezione +10 e che debutterà al cinema il 29 settembre prossimo, girando un film che ricorda più L’Orso di Jean Jacques Annaud che uno dei tanti prodotti disneyani.

Sulle montagne del Tirolo vive Lukas (Manuel Camacho) assieme al padre Keller (Tobias Moretti, l’indimenticabile ispettore Moser de Il commissario Rex, che interpretò un ruolo simile a questo nel film tv Cristallo di Rocca con Virna Lisi). I due non si parlano dalla morte della madre del ragazzo, avvenuta in un misterioso incidente e Lukas è totalmente chiuso in se stesso, finché non trova un aquilotto, scacciato dal nido dal fratello maggiore, a cui da il nome di Abel e che decide di accudire assieme al guardiacaccia Danzer (Jean Reno), affinché impari ad essere un vero re del cielo.

La storia e anche il cast ridotto all’osso, su cui spicca il giovane e bravo Camacho, finiscono col divenire un dettaglio secondario rispetto al vero scopo del film che è quello di mostrare la vita delle aquile in maniera originale, grazie all’utilizzo di aerei ultraleggeri che volano in tandem con esse e a speciali telecamere installate sul dorso dell’animale e tramite scene ricche d’azione, quali lo scontro tra Abel e gli stambecchi o l’aquila che plana attraverso la neve, ma pur sempre veritiere, non risparmiando nemmeno quelle più crude come il fenomeno del “cainismo” per il quale i piccoli lottano tra loro per affermare chi sia più forte e che spesso si conclude con la cacciata dal nido del più debole o le frequenti sequenze di caccia e di lotta tra gli animali del bosco in uno stile, comunque, più spettacolare che spaventoso e certamente adatto ai più piccoli.

La pellicola, insomma, che cerca di coniugare il film al documentario in un contesto narrativamente avvincente e visivamente spettacolare grazie anche ai panorami mozzafiato, arricchiti dalla colonna sonora della compositrice Sarah Glass e dalla canzone Freedom della cantante Rebecca Ferguson, delle montagne tirolesi situate tra la Defereggen Valley in Austria, dove sono state girate le scene invernali e la Ahrntal Valley in Italia dove sono state girate quelle estive. Una soluzione, quest’ultima, che ha costretto il cast e la troupe a un notevole sforzo logistico e artistico sia per raggiungere le diverse località e sia per girare la storia, che si snoda nell’arco di alcuni anni, senza poterne seguire l’ordine cronologico.

L’unica pecca che si può trovare nel film è, appunto, quella della prevalenza del lato documentaristico su quello narrativo, che a volta mette in secondo piano il rapporto tra Lukas e Abel e il modo in cui la loro amicizia aiuti entrambi ad affrontare i propri traumi di essere, il primo, rimasto senza madre e il secondo di essere stato scacciato dal proprio fratello.

In conclusione Abel figlio del Vento (il cui titolo è, non a caso, Brothers of the wind), è una pellicola che pur non avendo la spettacolarità di un kolossal è in grado di toccare l’animo di grandi e piccoli con eleganza e dolcezza miscelando assieme film e documentario per raccontarci una bella storia di amicizia e libertà.

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