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Agnus Dei: Il Salvataggio Degli Innocenti

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Di Andrea Persi 

Dalla regista di Two Mothers una storia tutta al femminile sul coraggio e sulla crudeltà dell’animo umano.

L’aspetto peggiore delle guerre, come ci conferma recente lenta e drammatica agonia di Aleppo è ciò che subisce la popolazione civile, vittima delle violenze degli eserciti in lotta. Una tematica giustamente sentita anche dal cinema in pellicole come Vittime di guerra di De Palma sulle violenze degli Americani in Vietnam o O’re del nostro Luigi Magni che denunciava i soprusi dei bersaglieri sugli abitanti del Sud all’indomani della conquista del Regno delle Due Sicilie ad opera di Garibaldi. A raccontarci una nuova e tragica storia al riguardo (basata su fatti realmente accaduti e sul personaggio del medico francese Madeleine Pauliac), affrontando i temi quali la violenza ma anche la speranza, il coraggio e la Fede è la regista francese (ma nata in Lussemburgo) Anne Fontaine, al secolo Anne Sibertin-Blanc (Coco avant Chanel – L’amore prima del mito, Two mothers), affiancata dalla direttrice della fotografia Caroline Champetier (Uomini di Dio) il responsabile delle musiche Grégoire Hetzel (Il sogno di Francesco) e lo sceneggiatore Pascal Bonitzer (La duchessa di Langeais).

Dicembre 1945. In un convento polacco formato da suore, la giovane novizia Teresa (Eliza Rybcembel) viene distratta durante le laudi dalle urla disperate che provengono dall’interno dell’edificio, ma a cui le sue consorelle non prestano attenzione. Terminata la funzione, la ragazza esce di nascosto per recarsi nella vicina città dove si portare da alcuni orfani alla missione militare francese alla ricerca di un medico. Qui chiede alla giovane dottoressa Mathilde (Lou De Laâge) di seguirla, perché c’è qualcuno in pericolo di vita. La donna, pur titubante, visto che la sua consegna è quella di curare solo militari dell’esercito francese, accetta la richiesta della novizia, scoprendo che una sua consorella è incinta e ha bisogno di aiuto per partorire, e venendo anche a sapere che ci sono altre religiose nello stesso stato, violentate e ingravidate dai soldati russi di stanza in Polonia e ottiene, grazie all’intervento di sorella Maria (Agata Buzek), il permesso della madre Badessa (Agata Kulesza) di occuparsi di loro fino al momento del parto. Una scelta che metterà la vita e la carriera di Mathilde in pericolo, minacciate dai brutali occupanti dell’Armata Rossa e dai suoi superiori, a cui si vedrà costretta a disubbidire per aiutare le donne del convento.

Il film, in una prospettiva tutta femminile o quasi, se si esclude il personaggio di Samuel, il collega medico della protagonista, ci racconta un duplice conflitto: quello esterno con gli occupanti che rappresentano un pericolo costante per le protagonisti, pensiamo alla scena dell’irruzione del convento o dell’aggressione a Mathilde, e anche tra il giovane medico e i suoi superiori che non accetterebbero il suo coinvolgimento, si veda la scena in cui la donna viene redarguita dal suo superiore e quello interno, che si svolge in maniera emblematica all’interno del convento, tra la Fede delle religiose (peccatrici loro malgrado) e il loro istinto materno e che conduce ad esiti ben più drammatici di quelli che potrebbero derivare dal nemico esterno, pensiamo alla novizia Ludwika (Helena Sujecka) che partorisce in maniera inconsapevole nella sua cella perché non riesce ad accettare il suo stato o ad un’altra che si illude il suo aguzzino la ami e che sia pronto a sposarla se lascerà il convento.

Una complessa analisi interiore che coinvolge anche le tre donne che si prendono cura delle vittime, mettendone alla prova le certezze, ossia Mathilde, donna forte e indipendente dalle idee comuniste, Suor Maria, religiosa che ha conosciuto il mondo di fuori, prima di scegliere di rinunciarvi per una vita di “24 ore di dubbio e un minuto di speranza” e che quindi, pensiamo alla scena in cui presta alla protagonista il vestito che indossava quando si è unità alla comunità religiosa, pare avere un approccio più pragmatico riguardo il dramma delle proprie consorelle, ad esempio permette a Samuel medico entrare nel convento per aiutare Mathilde e, infine, la madre Badessa, figura austera che sembra determinata a far prevalere in ogni caso la regola monastica in nome di una religiosità rigida e fredda.

Accanto ad un’ottima ricostruzione della semplicità della vita delle suore, la troupe ha girato all’interno di un monastero diroccato ricostruendo in studio solo le celle e il refettorio, che riesce a però a trasmettere con un accurato gioco di luci la crudezza di certe situazioni, come le scene dei parti e la dolcezza di altre, come quando le suore, quasi come bambine smarrite, si fanno attorno alla dottoressa per ringraziarla e chiedendole di non abbandonarle, un ruolo determinante hanno le musiche tra cui si evidenziano brani quali il Preludio per piano di Gioacchino Rossini, una suite per tastiere di George Händel e un pezzo del compositore contemporaneo Max Ritcher, mentre i canti religiosi svolgono un ruolo del tutto particolare di strumento di estraniamento dalla realtà del mondo, si veda il già citato inizio o quando le suore continuano a cantare nonostante si siano rese conto che i soldati sono entrati nel convento.

L’unico punto dolente risulta essere una risoluzione fin troppo semplicistica e un finale eccessivamente positivo per apparire coerente col resto della storia.

Tra il cast, bravissime Agata Buzek e Agata Kulesza e anche Vincent Macaigne nella parte del dottore ebreo Samuel il cui personaggio, innamorato in maniera un po’ patetica di Mathilde, offre al pubblico una sorta di sollievo comico in un film che altrimenti sarebbe eccessivamente cupo e oppressivo, pensiamo alla scena in cui il medico è costretto ad interrompere varie volte l’intervento che sta eseguendo, perché a ogni rintocco della campana le suore devono pregare. Meno convincente degli altri è, invece, Lou De Laâge, che spesso sembra non riuscire a trasmettere la giusta empatia al pubblico, come nella scena dell’aggressione, ma la cui bellezza quasi eterea, unita ai modi mascolini del suo personaggio ci offre un ottimo contrasto rispetto alle monache che, invece, ci appaino come creature asessuate e prive di personalità.

In sostanza, nonostante il finale non sia dei migliori, il film di Anne Fontaine è una buona pellicola, diretta con mano sicura e che affronta temi importanti come la Fede e l’equilibrio che occorre per mantenerla per evitare che, come troppo spesso accaduto in passato e come accade anche ora, che diventi uno strumento per giustificare atrocità.

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