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Giugno 19, 2019
Recensioni

American Animals

In alcuni film quando il protagonista vuole cambiar vita, partiva. Lo fa Henry Fonda e la sua numerosa famiglia in Furore di John Ford (e guarda cosa gli capita) e lo fanno Nicole Kidman e Tom Cruise, prima di scientology e stranezze varie, in Cuori ribelli di Ron Howard. In altri, invece, ruba, come l’attempato terzetto di pensionati del gradevole Insospettabili sospetti dell’ex protagonista di Scrubs Zach Braff o la squinternata banda di manutentori di Tower Heist di Brett Ratner. Di un improbabile gruppo di rapinatori ci parla, in maniera davvero originale, il regista e sceneggiatore inglese Bart Layton, con l’ausilio di Ole Bratt Birkelan (le serie tv Netflix Dirk Gently e The Crown) alla fotografia e di Anne Nikitin alle musiche.

Warren (Evan Peters), Spencer (Barry Keoghan) Chas (Blake Jenner) ed Eric (Jared Abrahamson) sono quattro universitari pieni di ansie e dubbi sul proprio futuro che, quasi per caso, si ritrovano a progettare il furto di un rarissimo libro di ornitologia, conservato nella biblioteca del loro campus. Ma di un piano in cui tutto sembra previsto saranno proprio loro stessi l’anello debole.

Girato come un docu-drama, con un prepotente compiacimento tecnico (alla solita scritta “basato su una storia vero” Layton sostituisce un categorico quanto improbabile “questa è una storia vera”) il film è una miscela, in chiave più dark e moralista, de Il Grande Lebowski con cui condivide l’umorismo e le situazioni surreali (con i personaggi che incrociano i loro alter ego del presente, interpretati dai veri protagonisti della vicenda, nel corso della storia) e de I soliti ignoti. Se in quest’ultima pellicola si raccontavano le peripezie di un gruppo di disgraziati oppressi dal bisogno materiale, qui abbiamo quattro giovani di buona famiglia, istruiti e con un futuro sicuro davanti, ma schiacciati dallo spettro di una vita ordinaria e insoddisfacente. Un’ansia, non nuova che ritroviamo ad esempio nel recente White Boy Rick o in Quei bravi ragazzi di Scorsese, ma che però sarebbe stata inconcepibile nel film di Monicelli, con cui l’opera condivide invece, la paura di essere scoperti spinta qui quasi alla paranoia, si veda la scena del litigio in auto tra Spencer e Chas, così da offrire  lo spunto ideale per digressioni narrative di carattere onirico e grottesco. Molto ben fatta anche la selezione dei brani musicali, alcuni dei qauli già usati per altri film polizieschi come il classico A little less conversation per Ocean’s Eleven e Hurdy gurdy man per l’oscuro Zodiac di David Fincher.

In un universo di gangster movie popolato da cinici antieroi e ladri gentiluomini sicuri di sé, trovare una storia, raccontata anche in maniera originale anche se con eccessivi abbellimenti stilistici, su persone normali è certamente una novità piacevole.

Andrea Persi 

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