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Dicembre 4, 2020
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ARTEMIS FOWL

Partiamo da Sir Kenneth Branagh. Uno dei suoi molti meriti come regista, secondo me è stato quello di affrontare storie più note della pelata di Bryan Cranston in Breaking Bad (pensiamo a Cenerentola o a Assassinio sull’Orient Express per non parlare delle pellicole tratte dalle opere di William Shakespeare tra cui il monumentale Hamlet) e renderle non solo interessanti ma anche commercialmente valide. Questo almeno fino a ora. Ma partiamo dalla sinossi.

Artemis Fowl II (Ferdia Shaw) è un dodicenne saccente quanto Hermione Granger e odioso quanto Draco Malfoy che vive in un castello in Irlanda che “Elisabetta II levate proprio” col padre, il ricco collezionista di antichità Artemis Fowl I (Colin Farrel) e la loro guardia del corpo Domovoi Leale (Nonso Anozie, l’unico nel cast che ha un nome più ridicolo del suo personaggio), un energumeno di colore dai capelli ossigenati che, a quanto ci viene detto ha passato la vita a palestrarsi in giro per il mondo. Quando il genitore viene rapito, Artemis si trova costretto a indagare sulle creature del mondo magico per trovare il potente artefatto denominato Aculus (Boh!!!!) che i rapitori vogliono come riscatto.

Branagh cerca di rifilare al pubblico, come tentò di fare (non a caso con risultati disastrosi, anche se quel film rispetto a questo sembra diretto da Kubrick) nel 2006 con Eragon Stefen Fangmeier, un film che, non solo prende la saga, creata dallo scrittore irlandese Eoin Colfer e conclusasi nel 2013 e la butta nel cassonetto dell’indifferenziata, per sostituirla con al più banale delle trame, scritta dalla coppia Conor McPherson, Hamish McColl, ma che, tanto per rendere peggiore il peggio, il regista appesantisce con una lentissima introduzione dei personaggi (molti dei quali si sarebbe fatto volentieri a meno) che si trascina per quasi la metà della storia e le fastidiose e inutili digressioni dalla stessa della voce narrante del personaggio del “nano-gigante”(sic!!!) Bombarda Sterro, interpretato da Josh Gad. Accanto a un plot imbarazzante la pellicola, tra scopiazzature nemmeno troppo originali, come la scena del troll che fa irruzione spaventando tutti (stavolta a un matrimonio in Puglia dove, per rispettare i consueti cliché sul Belpease tutti parlando una specie di dialetto siculo-napoletano) enigmi che anche un pensionato appassionato di Sudoku risolverebbe ed elfi ipertecnologi che però vengono fatti arrivare nel nostro mondo tramite supposte di piombo che sfruttano le eruzioni vulcaniche (oscuro cosa succederebbe se il vulcano non fosse attivo), riesce a dare il peggio di sé nella traduzione, probabilmente affidata a qualcuno affetto dal verme solitario, dei nomi dei personaggi e dei luoghi cosicché il personaggio del comandante Root (che da maschio nei libri, diventa femmina nel film giusto per infilare un cameo di Judi Dench che, si sa, fa sempre fico) doiventa Comandante Tubero (????), mentre la città delle creature fatate Haven City (letteralmente Città Porto) diventa Cantuccio come il nome di un biscotto per la prima colazione.

Un disastro su tutti i fronti insomma, al punto che, per parafrasare il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, la speranza della produzione che nel finale lascia aperta la possibilità di un futuro sequel, sembra attenere più le turbe psichiatriche che al Cinema.

Andrea Persi

 

 

 

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