Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!

Black Panther

<
[Voti: 0    Media Voto: 0/5]

Di Andrea Persi 

Nella copertina del primo numero di Captain America, del marzo 1941, l’impavido Steve Rogers entrato da una finestra, metteva knockout, il Fuhrer Adolf Hitler con un diretto tra lo sconcerto dei suoi gregari. Nel 2012, sul numero di giugno di Astonishing X-men campeggiava l’immagine del matrimonio omosessuale tra il super eroe Northstar col suo compagno umano Kyle Jinadu. I tempi cambiano e il fumetto è cambiato con essi, ma sempre svolgendo, del resto, a quella preminente di divertire, una funzione propagandistica ed educativa per tante generazioni di appassionati. Una tradizione che l’universo cinematografico della Marvel, ormai giunto al suo 16° lungometraggio sembrava avere un po’ smarrito in favore della spettacolarità e del divertimento. Almeno fino a ora.

Il recente Black Panther, infatti, sembra segnare un punto di svolta, o di ritorno alle origini; non a caso regista e sceneggiatore è il giovane Ryan Coolger, che ha diretto l’impegnato Prossima fermata Fruitvale Station e il sorprendente Creed, recente spin off  della saga di Rocky Balboa. Al fianco del giovane cineasta Oakland troviamo la direttrice della fotografia Rachel Morrison, responsabile anche di quella di Prossima fermata Fruitvale Station, la scenografa del film premio Oscar Moonlight Hannah Beachler il brillante compositore svedese Ludwig Göransson, autore delle musiche di Creed.

È passata una settimana dagli eventi raccontati in Civil War e T’Challa (Chadwick Boseman) si prepara a prendere ufficialmente il posto di suo padre come protettore del proprio popolo grazie agli straordinari poteri della Pantera Nera e a sedere sul trono del Wakanda, uno Stato africano apparentemente povero ma in realtà ricchissimo grazie a un immenso giacimento di vibranio, un minerale che ha permesso alla nazione di sviluppare una tecnologia avanzata e futuristica. Nonostante il sostegno della regina madre Ramonda (Angela Bassett) di sua sorella Shuri (Letitia Wright), della bella Nakia (Lupita Nyong’o) di cui è innamorato ma che ha lasciato il Paese, contraria alla politica isolazionista del regno e degli amici Okoye (Danai Gurira) e W’Kabi (Daniel Kaluuya), il giovane re si troverà ad affrontare l’opposizione della tribù delle montagne guidata dal fiero M’Baku (Winston Duke) e il ritorno dell’antico nemico della sua gente Ulysses Klaue (Andy Serkis) che assieme al misterioso Erik Killmonger (Michael B. Jordan) vuole impadronirsi dei tesori del Wakanda.

Coolger trasporta in un variopinto e ipertecnologico universo dei fumetti il suo cinema e le tematiche a lui care, già affrontante in Prossima fermata Fruitvale Station  e in qualche misura anche in Creed, come quella della discriminazione e della paura della diversità. Nonostante il cast quasi interamente di colore, con le eccezioni di Serkis e di Martin Freeman che riprende, in un ruolo poco più che comico, i panni dell’agente della Cia Everett Ross, il Wakanda diviene agli occhi dello spettatore una metafora degli Stati Uniti degli anni 60: una nazione ricca e fiera delle proprie tradizioni ma minacciata dai contestatori contrari all’opulento stile di vita, come la tribù della montagna e in precario equilibrio tra chi vorrebbe usarne la ricchezza per aiutare il prossimo, come Naika che ricorda la figura pacifista e benevola di Martin Luther King e chi, come Killmonger che invece è accostabile alla figura degli ideologi del Potere Nero, che vorrebbe usare le risorse del Paese per soggiogare gli oppressori della gente di colore sparsa in tutto il resto del mondo e il cui carisma finisce inevitabilmente per affascinare il personaggio di W’Kabi, spaventato dalla minaccia del diverso proveniente dall’esterno.

La riflessione sociale sulla diversità, certamente molto forte, è insolita agli occhi dello spettatore di cinecomics e sicuramente mette in secondo piano più che in altre pellicole sia le scene d’azione, che alternano a sequenze poco originali come l’inseguimento in auto per le strade di Busan o la battaglia collettiva finale, altre molto ben girate come i duelli presso le cascate o quello all’interno della miniera e sia quelle umoristiche affidate oltre al già citato personaggio di Ross, l’antipaticissima Shuri, scienziata adolescente che si balocca nel proprio laboratorio\discotesca tra scarpe autoallaccianti in stile Ritorno al futuro parte 2 e veicoli che si guidano da remoto. L’esperimento tuttavia funziona e salva il film da quel semplicismo narrativo di cui sono stati accusati i recenti Doctor Strange e Spiderman – Homecoming, grazie anche a una maggiore introspezione del punto di vista del cattivo, un eccezionale Michael B. Jordan che praticamente ruba la scena in ogni occasione al protagonista Boseman. Da ricordare anche l’ottima interpretazione del premio Oscar Forest Whitaker, nel ruolo del sacerdote Zuri, dell’altro villain Andy Serkis nei panni del sadico Ulysses Klaue e ovviamente l’immancabile cameo di Stan Lee, in questi giorni ricoverato in ospedale e al quale vanno gli auguri dei nerdacchioni di ogni latitudine e classe sociale.

Raccomandando come sempre di restare in sala fino alle fine per le scene (due) durante i titoli di coda, si può giudicare questo film come una pellicola coraggiosa che, a rischio di sacrificare il puro e semplice svago, fa recuperare alle storie di supereroi quella dimensione adulta e didattica di cui, dopo ben 15 lungometraggi, si sentiva davvero la mancanza.

Leave a Comment

Your email address will not be published.