Bohemian Rhapsody

[Voti: 1    Media Voto: 4/5]

Di Andrea Persi

Le persone famose hanno, di norma, vite più interessanti delle nostre. Quindi si potrebbe pensare che girare un film biografico sia una passeggiata. E invece no. I registi sono, infatti, spesso legati alle proprie idee su ciò che può piacere o meno al pubblico e quindi far ben figurare la pellicola al botteghino e non si fanno scrupoli a prendersi libertà con i fatti nel nome dell’arte. Così in Dragon – La storia di Bruce Lee, il regista Rob Cohen fa piazza pulita dei 4 fratelli e perfino della madre di Lee, che ci si inventa morta nel metterlo al mondo, per sottolineare il rapporto combattuto col padre mentre in Rush, Ron Howard enfatizza, al di là dell’esattezza storica, la rivalità tra i due protagonisti. E questo è ciò che ha fatto anche nel tanto atteso biopic sui Queen, incentrato per la verità sulla vita del suo frontman, Freddie Mercury, il regista Brian Singer (I soliti sospetti, X Men) licenziato in corsa per aver fatto ritardare le riprese e sostituito dal non accreditato Dexter Fletcher che a sua volta aveva abbandonato il progetto nel 2013, che si è avvalso della sceneggiatura di Anthony McCarten (La teoria del tutto, L’ora più buia), della fotografia di Newton Thomas Sigel (The Conspirator, Drive) e delle musiche di John Ottman (Nascosto nel buio, The Nice Guys) oltre che ovviamente dei brani originali della band britannica.

Inghilterra fine anni ’60. Il giovane Farrokh Bulsara (Rami Malek), insofferente alla propria condizione di immigrato e alle tradizioni della sua famiglia sogna di diventare un famoso cantante rock. Riuscirà nell’impresa fondando assieme al batterista Roger Taylor (Ben Hardy), al chitarrista Brian May (Gwilym Lee) e al bassista John Deacon (Joseph Mazzello) il gruppo dei Queen e cambierà il suo nome in Freddie Mercury, ma il successo non basterà a sconfiggere i suoi demoni interiori.

Chi ha seguito la filmografia di Singer post Dr House si è certamente reso conto di come le opere del cineasta di New York siano divenute narrativamente alquanto didascaliche, con trame quasi scontate che lasciano alle interpretazioni del cast e al settore tecnico, il compito di nobilitare e rendere accattivanti storie altrimenti degne di un film tv pomeridiano. Il risultato è stato a volte pessimo, come in Superman returns o ne Il cacciatore di giganti, altre come nei più recenti X-Men più che dignitoso. Lo stesso è successo in questa pellicola in cui il regista crea una vera e propria ucronia temporale per mettere i fatti al servizio del suo personalissimo e banalissimo plot che racconta visto l’ascesa, la caduta e la definitiva consacrazione (condita da una certa malinconia) del protagonista. Così la permanenza in Germania di Mercury viene spostata dopo la presunta rottura con il resto della band, che in realtà fu una temporanea e condivisa separazione che si era comunque già conclusa all’epoca del Live Aid, mentre la scoperta e l’annuncio agli amici del proprio stato di salute, avvenuti diversi anni dopo il concerto, vengono anticipati per creare i momenti più toccanti della pellicola come la definitiva riconciliazione con la famiglia o il fugace incontro con un fan nella sala d’aspetto del medico.

Ma i miti non si possono addomesticare allo show business e così in una storia in cui la trama è quella che i reali punti di forza sono le indimenticabili musiche di Mercury e la performance di Rami Malek che nonostante il grottesco trucco alla Elephant Man, offre un’interpretazione umile e sincera che difficilmente Sacha Burton Cohen, per lungo tempo candidato al ruolo ma molto più interessato quasi in maniera scandalistica a scandagliare la vita privata del cantante, sarebbe riuscito a dare.

Un esito emblematico. La pellicola funziona dove più rispetta la leggenda, tutto il resto è noia o quasi.

Leave a Comment

Your email address will not be published.