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Luglio 23, 2019
Recensioni

Captain America: Civil War

 

Di Andrea Persi 

L’epopea, o ormai dovremmo dire telenovela, Marvel si arricchisce di un nuovo capitolo, il terzo, in teoria, della saga di Capitan America, anche se a pensarci bene potrebbe anche essere un Avengers 3 o un Iroman 4 o, a pensarci ancora meglio, chi se ne importa.

Dietro la macchina da presa arrivano i fratelli Joe e Anthony Russo già registi del precedente capitolo, The Winter Soldier e del remake americano de I soliti ignoti, Welcome to Collinwood, mentre la storia viene affidata alla coppia di sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely, già autori della trilogia de Le Cronache di Narnia  e di entrambi i precedenti capitoli delle avventure di Steve Rogers.

Malgrado un cast simile in lunghezza all’annuario degli attori di Hollywood, la storia si dimostra alquanto semplice.

Nel 1991 gli agenti dell’Hydra, infiltrati in Siberia tra le file dell’esercito sovietico (ma non erano nazisti? Boh), inviano “Il soldato d’inverno” Bucky Barnes (Sebastian Stan, Il cigno nero, Sopravvissuto – the Martian) a compiere un misterioso omicidio. Ai giorni nostri, una squadra degli Avengers guidata da Steve Rogers (Chris Evans, Sunshine, Snowpiercer) e di cui fanno parte Falcon (Anthony Mackie, La leggenda del cacciatore di vampiri, Codice 999), La vedova nera (Scarlett Johansson, Black Dahlia, Ave Cesare) e Scarlet (Elisabeth Olsen, Oldboy, Godzilla) sono in Africa per impedire a Brock Rumlow (Frank Grillo, Pride e Glory – il prezzo dell’onore, Zero Dark Thirty) di mettere le mani su un’arma biologica. L’operazione riesce ma alcuni volontari dello del Wakanda, piccolo ma prospero Stato africano ricco di giacimenti di vibranio, il materiale con cui è stato forgiato lo scudo di Capitan America, rimangono uccisi. Per questo il segretario di Stato Thaddeus Ross (William Hurt, La contessa, Race – il colore della vittoria), stesso personaggio interpretato nell’ottimo L’incredibile Hulk, che anziché essere cacciato a pedate per i suoi fallimenti è stato addirittura nominato segretario di Stato (vabbè!!!!), convince i governi del mondo a firmare un accordo per il quale gli Avengers dovranno ottenere l’autorizzazione delle Nazioni Unite prima di agire. La differenza di vedute sulla questione tra il gruppo di Capitan America e altri vendicatori fra cui Ironman (Robert Downey Jr, Il solista, The Judge) War Machine (Don Cheadle, Mission to Mars, Hotel Rwanda), Visione (Paul Bettany, Il codice da Vinci, Legend) a cui si aggiungono anche Scarlet e La vedova nera, conduce a una spaccatura all’interno del gruppo, aggravata da un attacco terroristico che vede come responsabile Bucky Barnes e dalle oscure manovre del misterioso Helmut Zemo (Daniel Brhul, Goodbye Lenin, Rush).

Sceneggiatori e registi non si fanno scrupolo di riadattare la trama del fumetto originale ai loro fini che sembra essere più quello di infilare nella storia il maggior numero di personaggi possibili in vista di spin off e sequel vari che di dare una vera e propria coerenza alla storia. Tutte le motivazioni “marvelliane” sui motivi della Civil War vengono garbatamente messe da parte per banalizzare la cosa ad un questione incentrata attorno al Soldato d’inverno, mentre la problematica dei danni collaterali causati dagli Avengers e della relativa necessità di un loro controllo si perde quasi subito dopo la prima mezz’ora.

Ovviamente nessuno si aspettava Kubrick o Tarkovskij, ma la vera innovazione fumettistica della casa editrice newyorkese è stata proprio quella di rendere più adulte le sue storie tramite lo schema narrativo dei “supereroi con superproblemi” o, super dilemmi morali che siano, che qui certo essere approfondito maggiormente nelle due ore e venti di film in cui lo spettatore viene “scarrozzato” in giro per il mondo, come indicano le garbate didascalie a tutto schermo, che spaventerebbero perfino Mr Magoo.

Passando al lato dell’azione vera e propria non vediamo grandi invenzioni di rilievo rispetto agli effetti speciali dei film precedenti, malgrado il simpatico il flashback-virtuale di Tony Stark con i genitori, espediente narrativo che però finisce col creare un’incongruenza con quanto visto in Capitan America: the winter soldier e nemmeno assistiamo grosse invenzioni nelle coreografie: ma quante volte si può cadere dalle scale in una scena di lotta o usare l’espediente di uno che sta per venire mazzolato a morte, ma che viene salvato da un altro che arriva all’ultimo secondo?.

Sul lato recitato in un mare di “mono-espressioni” che nemmeno Derek Zoolander con una paresi facciale e in cui la fanno da padrone Chris Evans, Scarlett Johansson, Sebastian Stan e Jeremy Renner (quest’ultimo riesce a non mutarla nemmeno quando inveisce contro Stark per essere finito dietro le sbarre), ci confortano le prove dei veterani Robert Downey Jr e di Don Cheadle, cinquantenni più che convincenti nelle loro superarmature, ma soprattutto di Daniel Brühl che riesce a dare spessore e credibilità a un personaggio relegato tutto sommato in una posizione defilata e ben lontano al suo omologo fumettistico, sebbene va riconosciuto che l’idea di un cattivo, privo di poteri o gadget particolari ma che riesce a tenere sotto scacco i supereroi sia una delle invenzioni più apprezzabili della pellicola.

L’esordio del nuovo, impacciato e logorroico Spiderman, Tom Holland (The impossibile, In the heart of the sea), il quale dopo una carriera fatta per lo più di ruoli drammatici tira fuori il suo lato  umoristico, il dialogo fra lui e Tony Stark è infatti uno dei momenti più simpatici del film, appare promettente in vista del reboot prossimo venturo Spider-man homencoming, sperando, tuttavia, che il regista Jon Watts (Clown, Cop car) non cada nella facile tentazione della teen-commedy priva di risvolti drammatici.

In conclusione, lo spettacolo funziona ma la domanda: “Per quanto, ancora?” si fa sempre più insistente.

p.s.: le scene “in coda” anche in questo film sono due, restate incollati alla poltrona.

 

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