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Ottobre 16, 2019
Recensioni

Captive State

 

Di Andrea Persi 

Di norma nei film di fantascienza su un’invasione aliena o i cattivoni intergalattici vengono sconfitti in maniera più o meno bislacca (vedi La guerra dei mondi o Mars attacks) o vincono, come in Terrore dallo spazio profondo, lasciando in sospeso il futuro dell’umanità,  che non sarà, tuttavia, certamente roseo. Film più recenti come A quiet place di John Krasinski o A bird box di Susanne Bier, hanno, invece, descritto il mondo della post  conquista e le vicissitudini dei pochi che ancora resistono al nemico, combattendo o nascondendosi a esso. Questo è anche il tema della nuova pellicola diretta e sceneggiata, assieme a Erica Beeney, da Rupert Wyatt (L’alba del pianeta delle scimmie, The gambler), per la fotografia di Alex Disenhof e le musiche di Rob Simonsen (500 giorni insieme, Tuo, Simon).

Nove anni dopo un attacco alieno, gli invasori, denominate dai terrestri “le blatte” si sono sostituiti ai governi nazionali, hanno stabilito basi sotterranee dove solo i collaborazionisti più fidati possono accedere e controllano gli individui tramite larve impiantati nei loro corpi. Il giovane Gabriel (Ashton Sanders) dopo la morte del fratello Rafe (Jonathan Majors) nel corso di un fallito attacco contro gli alieni, tenta di sopravvivere sperando di trovare il modo di lasciare la città assieme alla fidanzata Rula (Madeline Brewer). Nel frattempo il poliziotto Mulligan (John Goodman) sospetta che non solo la resistenza guidata da Rafe non si stata sconfitta ma che anzi prepari un nuovo e micidiale attacco contro i leader extraterresti.

Le aspirazioni poliziesche e sociologiche della pellicola, caratterizzate, quest’ultime, da frequenti sottolineature, che richiamano opere come L’armata degli eroi di Melville o La battaglia di Algeri di Pontecorvo, sul valore epico, ma non retorico, della resistenza all’oppressore, s’infrangono contro una resa scenica, ispirata a Rapina a mano armata di Kubrick, prolissa e pasticciata, in cui assistiamo all’interno di una struttura narrativa circolare, alla preparazione di un complotto, alla sua esecuzione e alle conseguenze che sembrano riportare, salvo il comunque prevedibile colpo di scena finale, la situazione al punto di partenza. Wyatt, infatti, o cerca di mantenere la suspense esagerando talmente con l’ambiguità delle sequenze da renderle, anche ex post, difficilmente decifrabili dallo spettatore o prende scorciatoie narrative troppo improbabili per essere credibili, come il terrorista più ricercato al mondo che scorrazza senza problemi all’interno del lager tecnologico che è diventato Chicago, che manco Anthony Hopkins in Hannibal o gli alieni che se ne vanno allo stadio per celebrare l’anniversario della conquista.

Buone, anzi buonissime intenzioni, insomma, ma un risultato così così per una pellicola dalle interessanti premesse.

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