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Agosto 18, 2019
Recensioni

Creed II

Di Andrea Persi

La tagline di Rocky Balboa recitava: “solo un mito può mettere la parola fine ad una leggenda” e in effetti quella dello Stallone Italiano terminava come tutti ci aspettavamo (e speravamo) con ultimo straordinario incontro e prospettive di una vita serena per il vecchio campione. La saga quindi non poteva che continuare con la nascita di una nuova leggenda. Tramontata quasi subito l’idea di incentrare i successivi film sul figlio di Rocky, preferendo anzi enfatizzarne il rapporto conflittuale con il mito paterno, si è scelto di raccontare la storia di un figlio (illegittimo) di Apollo Creed, personaggio molto amato e “ucciso”, per stessa ammissione di Stallone, troppo presto. Nacque così Creed – Nato per combattere diretto dall’innovativo regista Ryan Coogler, in odore di Oscar per il comicon Marvel Black Panther di cui ora arriva il seguito diretto da Steven Caple Jr., scritto da Sylvester Stallone e Juel Taylor, per la fotografia di Kramer Morgenthau (Thor: The Dark World, Terminator Genesys) e le musiche dell’artista hip hop Michael Len Williams II, in arte Mike Will Made It.
Il cinico manager Buddy Marcel (Russell Hornsby), riesce a organizzare un match tra Adonis Creed (Michael B. Jordan) neo campione del mondo dei pesi massimi e Viktor Drago (Florian Munteanu), figlio del pugile Ivan (Dolph Lundgren) che anni prima aveva ucciso suo padre Apollo (Carl Weathers) sul ring. Per il giovane, privato dei saggi consigli di Rocky Balboa (Sylvester Stallone), si tratterà della sfida più difficile della sua vita.
Tra incongruenze da penna rossa (Rocky parte per l’Urss lasciando un figlio di 9 anni e torna trovandolo adolescente), reset narrativi (gli eventi dell’orrido Rocky V brutalmente cancellati dalla saga come il figlio grande dei Cunnigham da Happy Days) e colpi di scena improbabili (Balboa ispiratore della distensione Usa-Urss) Stallone ha creato una delle epopee più amate della storia del Cinema, stupendo lo spettatore anche quando i plot, come quello del già citato Rocky Balboa sembravano improbabili, dipingendo la boxe come una metafora del coraggio, dell’umiltà e della tenacia che servono in ogni nella vita. Ma con questo secondo capitolo dello spin off sembra proprio che siamo arrivati e lo stesso Stallone lo ha confermato poco prima dell’uscita del film, al capolinea per il personaggio.
Caple Jr, si limita, infatti, a svolgere, svogliatamente o quasi, il compitino affidatogli dagli sceneggiatori, dirigendo senza grossi guizzi, una storia che cita se stessa mescolando situazioni già viste dei primi capitoli diretti da Stallone e aggiungendovi una stravagante metafora della boxe come terapia per famiglie disfunzionali, condita dalla sempre più spicciola filosofia da strada del buon Sly, ridotto a icona fumettistica abbigliata allo stesso modo da Las Vegas a Mosca e i cui capelli sono quasi più grotteschi del naso rifatto della riesumata Brigitte Nielsen. Estetica e narrazione discutibili a parte, il prossimo allenamento prima del match decisivo probabilmente lo faranno su Saturno, il film riesce comunque ancora a coinvolgere lo spettatore, lodevole il tentativo di dare un maggiore spessore agli antagonisti e da applausi a scena aperta almeno un paio di sequenze, ma si percepisce fin troppo bene che non solo che non è all’altezza dell’opera precedente, ma anche il canovaccio è ormai consunto e che un altro capitolo sarebbe un azzardo troppo grosso anche per il coraggioso Sly.
Diciamo, dunque, addio a Rocky consapevoli che ci ha dato tutto ciò che poteva e anche di più.

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