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16 Dicembre, 2019
Recensioni

Doctor Sleep

Di certi film urleremmo al sacrilegio se ne facessero un sequel, di altri (vedi il cult I Goonies) ancora ci speriamo nonostante i decenni trascorsi. Hollywood, legata a logico commerciali tutte sue, se ne infischia e così ci siamo sciroppati l’improbabile quarto capitolo di Indiana Jones (e il quinto è in arrivo) mentre difficilmente, parola del protagonista Sean Astin, vedremo mai un seguito del film di Richard Donner che ha ispirato milioni di ragazzi degli anni ’80.

Arriva, invece, dopo il fallimento di un progetto prequel, il seguito del capolavoro horror di Stanley Kubrick, tratto anche stavolta da un romanzo di Stephen King, diretto e sceneggiato da Mike Flanagan (Oculus, il gioco di Gerald), per la fotografia di Michael Fimognari (la serie tv di Netflix Hill House) e le musiche di Andy Grush e Taylor Newton Stewart, meglio noti come i Newton Brothers (The Bye Bye Man).

Molti anni dopo gli eventi vissuti nell’Overlook Hotel, Danny Torrence (Ewan McGregor), cerca di uscire dall’alcolismo di cui è rimasto vittima e di utilizzare i suoi poteri per alleviare le sofferenze dei malati terminali. Ma l’incontro con Abra (Kyliegh Curran) una tredicenne dotata di una straordinaria “luccicanza” e il fatto che la giovane sia minacciata dalla diabolica Rose Cilindro (Rebecca Ferguson) lo costringeranno ad affrontare finalmente i propri incubi per cercare di proteggere la ragazza.

Consapevole del maggior impatto presso il pubblico della pellicola rispetto al libro King (la prima edizione del romanzo vendette 47 mila copie, la seconda, uscita dopo il film 4 milioni) Flanagan, similmente a quanto fatto da Spielberg in Ready player one con la cultura pop degli anni ’80, costruisce una continua (occhio, ad esempio, alla scena in cui Danny è nell’ufficio del Dottor Dalton, interpretato dal protagonista de Il gioco di Gerald Bruce Greenwood) e piuttosto casareccia (non aspettatevi, quindi “effettoni” in computer grafica) operazione nostalgia ruotante attorno all’horror del 1980.

Un’idea certamente furba per attrarre i vecchi fan a cui il regista abbina un maggior tasso di violenza esplicita (pensiamo alla scena della trappola di Abra o alla sequenza del giocatore di baseball interpretato dal giovane Jacob Tremblay), non potendo, in una storia in cui sono frequenti i cambi di location e i salti temporali anche di anni, puntare sull’atmosfera angosciante e claustrofobica creata dal cineasta inglese, ottenendo risultati nel complesso piuttosto buoni, anche se il film risente delle insistite e inutili digressioni sui bizzarri villain creati da King: una banda di demoniaci camperisti che si aggirano per gli Stati Uniti, imbottigliando in thermos di metallo (anche l’horror si fa ecosostenibile) la luccicanza altrui.

Dignitoso sequel, fruibile anche da quei pochi che non hanno visto il film originale, di un’opera che ha segnato e segnerà ancora per molto tempo la Storia del Cinema contemporaneo.

            Andrea Persi

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