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Dogman

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Di Andrea Persi

Lo stereotipo dell’eroe dei kolossal di inizio terzo millennio che ancora sopravvive in qualche pellicola odierna è stato quello dell’uomo tranquillo che, vessato, è costretto suo malgrado a combattere e che spesso si sacrifica per sconfiggere il male, pensiamo ai fisicati e fascinosi Russel Crowe e Mel Gibson negli storicamente improbabili cult il Gladiatore e Braveheart, film in cui spesso, però, la truculenza la faceva da padrone, quasi a significare che l’ideale può essere giusto ma la violenza è sempre la stessa. A questo deve aver pensato anche Matteo Garrone, qui anche sceneggiatore con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, per la sua nuova pellicola, tornata trionfatore da Cannes in cui racconta, sia pure in maniera piuttosto libera e ma ambientandolo ai giorni, un fatto di cronaca di oltre 30 anni fa, quello del Canaro della Magliana e alla quale hanno collaboratore il direttore della fotografia Nicolaj Brüel, quello delle musiche Michael Braga e il montatore Marco Spoletini.

In una disagiata periferia romana vive Marcello (Marcello Fonte) remissivo tolettatore per cani benvoluto da tutti e molto amato dalla figlia Alida (Alida Baldari Calabria). L’uomo arrotonda i guadagni spacciando cocaina e questo lo porta a instaurare un’ambigua amicizia con Simoncino (Edoardo Pesce), un delinquente violento e tossicodipendente che da tempo terrorizza il quartiere e le cui crescenti angherie distruggeranno l’esistenza di Marcello.

Guardando la filmografia di Matteo Garrone il parallelo immediato che viene in mente e quello con l’Imbalsamatore, reinterpretazione perversa e morbosa di Morte a Venezia di Luchino Visconti e anch’esso tratto da un efferato fatto di cronaca. Se in quella pellicola il rapporto Davide e Golia veniva ribaltato con il nano Peppino Profeta, deforme anche nell’animo,  a vessare psicologicamente l’ingenuo e acerbo Valerio fino a tirarne fuori il lato più oscuro, qui il legame ritrova la sua dimensione più naturale e primitiva. Non a caso Garrone sfrutta con grande abilità la fisicità del protagonista Marcello Fiore, giustamente premiato sulla Croisette per la sua performance, per esprimere tutta la pateticità di un personaggio che rischia la vita per salvare un cagnolino chiuso in un freezer e che riesce a non perdere la sua innocenza nemmeno quando spaccia droga, contrapponendola alla bestialità di Simoncino che, invece, non riesce a non avere secondi fini nemmeno quando abbraccia sua madre. Nel violento e omertoso microcosmo della borgata romana, riprodotta nel Parco del Saraceno a Pinetamare, luogo simbolo di un’altra forma violenza, quella sul territorio perpetrata attraverso l’abusivismo edilizio, la tragedia del personaggio principale, non deriva solo dal fatto di essere succube quanto da quello di pensare, più probabilmente illudersi, che gli uomini siano fedeli come i suoi animali, mentre invece Simoncino è incapace anche solo di comprendere i gesti di altruismo di Marcello che gli salva persino la vita e i suoi amici, interpretati, tra gli altri, dai bravi caratteristi Adamo Dionisi e Francesco Acquarone, lo ghettizzano per averli traditi  pur sapendo che la colpa è del suo aguzzino.

Garrone oltrepassa, dunque, la dimensione del semplice fatto di cronaca per raccontarci una dramma esistenzialefiglio, più che della debolezza umana, di un mondo che, a differenza dell’antica Roma e del medioevo hollywoodiani, è ormai privo di speranza.

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