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Ottobre 31, 2020
Recensioni

FILM IN QUARANTENA 5 – UN LUPO MANNARO AMERICANO A LONDRA (1981)

Nel 1969, mentre percorreva in auto una strada della Jugoslavia per raggiungere il set del film I Guerrieri, interpretato da Clint Eastwood e Telly Savalas, un giovane attrezzista di nome John Landis, dovette fermarsi a causa di un ingorgo causato da un funerale. Sceso dalla macchina, si accorse che la salma che veniva calata in terra sconsacrata, avvolta in una tela da imballaggio e cosparsa di rosari e trecce d’aglio e gli venne spiegato che il defunto era un noto stupratore e che quegli oggetti servivano a impedirgli di risorgere e commettere altri delitti.

Landis rimase talmente affascinato dall’idea che nel mondo moderno (in quello stesso anno l’uomo era sbarcato sulla Luna) potesse ancora essere così radicata la superstizione e ne trasse lo spunto per un film (attualmente disponibile su Amazon Video) che avrebbe scritto e diretto 12 anni dopo, quando era già divenuto un affermato regista di commedie come Animal House e The Blues Brother,  con la fotografia di Robert Paynter (Superman II, La piccola bottega degli orrori), le musiche di Elmer Bernstein (I magnifici sette, L’uomo della pioggia) e gli indimenticabili effetti speciali di Rick Baker (Ed Wood, Maleficent).

I giovani americani David Kessler (David Naughton)e Jack Goodman (Griffin Dunne) sono in viaggio nell’Inghilterra del Nord, quando, dopo essere stati allontanati in malo modo da un pub, vengono aggrediti in aperta campagna. Jack muore, mentre David, pur gravemente ferito riesce a sopravvivere. Portato in ospedale, dove è affidato alle cure dell’infermiera Alex (Jenny Agutter), il ragazzo comincia a soffrire di incubi sempre più spaventosi e realistici che lo portano a  credere di essere stato morso da un lupo mannaro e di essere destino a diventarlo a sua volta.

Con quest’opera Landis crea l’archetipo di quelli che saranno i maggiori successi horror del decennio seguente (come Nightmare di Wes Craven o La casa di Sam Raimi) ossia un riuscito mix di gore e ironia. Quest’alternanza tra opposti la si può notare fin dai titoli di testa del film con la canzone Blue Moon che accompagna le lugubri immagini della brughiera inglese e la scena cult della trasformazione nella quale si apprezza pienamente la qualità ndegli effetti speciali creati da Rick Baker (il quale in realtà voleva un mostro “bipede” come nei classici degli anni ’30) notevoli per l’epoca ma sorprendenti anche oggi per il loro realismo e che assieme ad altri brani sulla luna come Moondance o Bad mood rising è quasi uno sberleffo alla maledizione del lupo mannaro. Nel corso della storia questo continuo gioco tra opposti e cresce esponenzialmente di modo che quanto più la scena è truculenta (il massacro notturno a Londra) tanto più è seguita da sequenze grottesche (il celebre dialogo nel cinema a luci rosse dove viene proiettato See You Next Wednesday, fake movie girato appositamente e poi citato in quasi tutte le successive opere del regista) fino all’epilogo in Piccadilly Circus dove in un certo modo i frammenti si ricompongono in un susseguirsi di momenti horror e comici nella stessa scena.

Landis, a cui perdoniamo volentieri la caratterizzazione quasi ninfomane dell’infermiera Alex, dunque diverte e si diverte fino all’ultimo fotogramma (nei titoli di coda vediamo accreditati Kemit la Rana e Miss Piggy del Muppet Show che compaiono brevemente sul televisore di Alex nel ruolo di “sé stessi” e le congratulazioni della produzione per il matrimonio del Principe Carlo, la cui virilità veniva messa in dubbio nella scena in cui David cerca di farsi arrestare), regalando al pubblico un film che ha fatto è resterà nella Storia del Cinema, nonostante il desolante remake del 1997, ambientato in quel di Parigi.

Andrea Persi

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