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Maggio 28, 2020
Recensioni

FILM IN QUARANTENA – L’AVVENTURA (1960)

La produzione di questo film fu funestata, come ricorderà lo stesso regista tempo dopo,  “dall’isolamento sull’isola deserta, la sparizione di alcuni produttori, lo sciopero della troupe per le mancate retribuzioni, un violento maltempo”.

La sua distribuzione venne poi ostacolata dalla Magistratura che lo sequestrò brevemente giudicandolo osceno, mentre a Cannes fu fischiato dal pubblico ma acclamato dalla Giuria che gli assegnò il premio speciale (mentre la Palma d’oro andò a La dolce vita di Fellini).

Eppure Michelangelo Antonioni ricorderà la realizzazione del primo capitolo della cosiddetta “trilogia dell’incomunicabilità” (ora disponibile su Amazon Video), sceneggiato assieme a Tonino Guerra (Il caso Mattei, Nostalghia) ed Elio Bartolini (Il grido, Le Italiane e l’amore), per la fotografia di Aldo Scavarda (Il commissario, La bellezza di Ippolita) e le musiche di Giovanni Fusco (Hiroshima mon amour, L’oro di Roma), come un’esperienza “piena” della sua carriera registica.

Durante un gita in barca nelle isole Eolie, la bella e giovane Anna (Lea Massari), scompare misteriosamente sull’isolotto deserto di Lisca Bianca. Il suo fidanzato, il maturo architetto Sandro (Gabriele Ferzetti) con cui la donna intrattiene una relazione inconcludente e burrascosa e la sua migliore amica Claudia (Monica Vitti) cercano di ritrovarla seguendo anche i più improbabili indizi. Ma col passare dei giorni la preoccupazione lascia il posto a un crescente attrazione tra i due.

Quello che in un film di Hitchcock sarebbe un semplice macguffin narrativo, cioè un espediente per mettere in moto una storia che non con esso non ha nulla a che vedere pensiamo ai soldi rubati in Psyco), ossia la sparizione di Anna, in quello di Antonioni diviene, invece, il fulcro centrale della storia, ma in maniera del tutto sui generis.

La pellicola, infatti, si incentra solo in apparenza sulla ricerca della ragazza, condotta dai due protagonisti in maniera svogliata ed effimera, seguendo improbabili piste, quanto piuttosto sul modo in cui la scomparsa li costringa a fare i conti con i propri sentimenti e la propria insoddisfazione esistenziale. Sandro, uomo ancora attraente e apparentemente “arrivato” per i canoni dell’Italia del boom economico, smarrendo una relazione in cui era il partner dominante, è costretto a confrontarsi con la vacuità di una vita in cui ha rinunciato ai suoi sogni giovanili di artista per il successo (emblematica la scena in cui versa, per fare un semplice dispetto, una boccetta d’inchiostro sul disegno di un ragazzo e litigando con quest’ultimo gli ricorda con rabbia repressa di essere stato anche lui).

Claudia invece è una donna insicura anche della propria femminilità, attratta ma allo stesso intimorita dall’idea di intraprendere una relazione con un uomo inaffidabile come Sandro che quasi trova conforto nella presenza di Anna che rende impossibile quell’idillio desiderato ma allo stesso tempo temuto.

Come di consueto accade nelle opere di Antonioni, un ruolo particolare assume l’ambiente circostante. Mentre luoghi inospitali e selvaggi (l’isolotto, la cittadina abbandonata) svolgono un ruolo da catalizzatore per la passione dei protagonisti, che si sentono come vivi nella desolazione che li circonda, così luoghi pieni di quella vita per loro così inutile (l’albergo di Taormina in cui è in corso un caotico ricevimento mondano o la piccola pensione dove alloggiano brevemente) sembrano svuotarli di ogni slancio emotivo, facendogli nuovamente cadere addosso l’apatica futilità delle loro vite.

Un film straordinario nel trasmettere, pur nel minimalismo dei dialoghi, un universo di sensazioni ed emozioni dei personaggi e che a buon diritto è stato definito dal critico Sandro Bernardi “l’apripista della seconda rinascita del Cinema italiano”.

Andrea Persi

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