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Ghost Stories

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Di Andrea Persi 

Tra il 1918 e il 1920 due ragazzine del villaggio di Cottingley nello Yorkshire, Edith Wright e sua cugina Frances sostennero, fotografie alle mano, di aver incontrato delle fate nel boschi vicino casa. La vicenda ebbe un’eco vastissima coinvolgendo perfino il papà di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle, convinto dell’autenticità delle immagini. Anni dopo le due giovani ammisero la burla indicando perfino il libro da cui avevano ritagliato le illustrazioni spacciate vere, ma qualche dubbio rimase anche perché Frances fino al giorno della morte sostenne, contraddicendo la cugina, che una delle foto fosse autentica. Una vicenda che dimostra come la mente umana, a volte suo malgrado, sia capace di continuare a credere a ciò di cui è convinta e che al cinema ci ha regalato pellicole come Shutter Island di Martin Scorsese o Frailty del compianto Bill Paxton. Di questo ci parla anche il film, tratto dalla loro opera teatrale, girato dalla “strana coppia” di registi formata dallo scrittore e comico Jeremy Dyson e dal prestigiatore e attore Andy Nyman, recentemente visto ne L’uomo sul treno con Liam Neeson in cui interpretava il bonario Tony, per la fotografia di Ole Bratt Birkeland (The Crown), le scenografie di Grant Montgomery (autore anche di quelle del biopic Tolkien, sul creatore del favoloso mondo della Terra di Mezzo) e le musiche di Haim Frank Ilfman.

Il professor Philip Goodman (Andy Newman) ha dedicato la vita a combattere il mondo dell’occulto, smascherando imbroglioni e spiegando eventi apparentemente sopranaturali. Ma tre casi riguardanti la guardia notturna Tony Matthews (Paul Whitehouse), l’adolescente Simon Rifkind (Alex Lawther) e l’uomo d’affari Mike Priddle (Martin Freeman) metteranno a dura prova il suo scetticismo, risvegliando traumi giovanili e familiari che l’uomo credeva sepolti per sempre.Dopo una partenza come un classico jump scare girato con la tecnica del mockumentary, il film si sviluppa, nella migliore tradizione di quelle pellicole inglesi, capaci di mischiare suspense, paura dramma e perfino ironia, pensiamo al classico L’abominevole Dottor. Phibes di Robert Fuest, in una storia più articolato e complesso in cui le tre “storie”, riproponendo ambientazioni classiche dell’ horror, dall’ospedale abbandonato, alla foresta fino alla casa infestata, divengono i tasselli di un unico racconto. Un racconto che se a livello tecnico passa da un’interazione massima col pubblico in sala, tramite lo schema del falso documentario in cui il protagonista si rivolge direttamente a chi vedrà l’opera, a quella pressoché inesistente della pellicola convenzionale, a livello narrativo si sposta invece da una dimensione oggettiva e materiale a una sempre più psicologica e surreale, molto vicina non solo al cinema di David Lynch ma anche ad alcuni episodi del telefilm Sherlock (non a caso Dyson e membro della League of Gentlemen, gruppo comico di cui fa parte anche il creatore della serie tv, Mark Gatiss). Un’evoluzione questa, la cui complessità viene superata grazie alle possibilità visive offerte dalla finzione cinematografica rispetto al realismo teatrale, tramite le quali la pellicola si  mantiene scorrevole fino allo spiazzante colpo di scena finale.

Tra il cast, numericamente ridotto, come nella tradizione delle migliori pellicole horror, vanno apprezzate le interpretazioni di Martin Freeman e di un eccezionale Alex Lawther, capace di rendere la sottotrama che riguarda il suo personaggio la sequenza più inquietante dell’intera opera.

Un film che riesce a combinare in maniera veramente notevole i canoni classici dell’horror con trovate nuove e sorprendenti e che darà soddisfazione anche al fa del cinema di paura più navigato

 

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