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Naples
Aprile 22, 2019
Recensioni

Glass

Di Andrea Persi

Nel terzo capitolo della quadrilogia di Scream creata da Wes Craven, il simpatico personaggio di Randy, defunto nel precedente film, detta in home video dall’aldilà le nuove regole del gioco tra cui quella che nel capitolo finale di una trilogia tutte le certezze vengono sconvolte e il passato rimesso in discussione. Lo stesso ha scelto di fare M. Night Shymalan, nuovamente nella quadruplice veste di regista, sceneggiatore, produttore e attore (col consueto cameo alla Hitchcock), in questo terzo capitolo della sua particolarissima saga sui supereroi iniziata, probabilmente senza pensare a essa come all’episodio iniziale di una serie, 19 anni fa con Unbreakable – il predestinato e al quale hanno collaborato Mike Gioulakis (It follows, Split) alla fotografia e West Dylan Thordson (3 Generations: Una famiglia quasi perfetta, Joy) alle musiche.
La psicologa Ellie Staple (Sarah Paulson) riunisce nella stessa casa di cura il terrorista Elijah Price (Samuel L. Jackson), il vigilante David Dunn (Bruce Willis) e il maniaco Kevin Wendell Crumb (James McAvoy) con l’intento di guarirli dalla loro ossessione di essere supereroi. Ma nel corso della terapia il confine tra il reale e l’immaginario muterà di continuo e in maniera sempre più sinistra.
Diretto col consueto stile registico ed estetico, memorabile la scena della terapia di gruppo e mirabile l’utilizzo dei colori e la composizione dello spazio, il film, pur essendo un efficace thriller psicologico “della stanza chiusa” simile a Signs e The Village, denota i consueti limiti narrativi del regista di Mahe, il quale fatica non poco a sviluppare la narrazione senza incappare in soluzioni imbarazzanti, come i cospiratori della tavola calda o la scazzottata nel giardino della clinica. Con un Samuel L. Jackson comatoso (letteralmente) per tre quarti di pellicola, un Bruce Willis comatoso (recitativamente) per l’intero film e una Sarah Paulson espressiva ed empatica come una lucidatrice rotta, solo un eccezionale McAvoy cerca tenere in piedi la baracca aiutato dai giovani Spencer Treat Clark e Anya Taylor-Joy, rispettivamente figlio di David Dunn in Unbreakable e vittima di Crumb in Split. Il messaggio del regista sul ruolo delle leggende come portatori di speranza in un mondo di uomini che vi ha rinunciato spaventati dal cambiamento, metafora oscura e pessimista rispetto a quella ottimista e new age di Lady in the water, si perde così in una storia che non decolla e in un cast in parte ben al di sotto della media.
Un film che, comunque, i fan del regista de Il sesto senso (e forse non solo) apprezzeranno, specialmente per i 3 tre colpi di scena finali, ma sempre ricordandosi, come di consueto, di fare attenzione a quello che succede nel seminterrato.

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