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Agosto 1, 2021
Recensioni

I cannoni di San Sebastian, preti operai e inquietudini sessantottine

Nel maggio del 1968, mentre Parigi era scossa dalle agitazioni studentesche, una troupe francese completava un western insolito, politicamente scorretto per l’epoca. Henri Verneuil, alla regia, e James R. Webb, alla sceneggiatura, con le musiche di Ennio Morricone, firmarono un lavoro che richiama alla mente “I magnifici sette”, ma le lezioni morali che lo costellano sono più complesse. Ne “I cannoni di San Sebastian”, infatti, un fuorilegge ateo, Leon Alastray (Anthony Quinn), indossa l’abito monacale e porta la salvezza in un villaggio contadino, tuttavia restando ateo.

Siamo in Messico, nel 1746. Alastray sfugge alla giustizia grazie a padre José (Sam Jaffe) e decide di seguire il suo benefattore nel bel mezzo del deserto, sino al villaggio di San Sebastian, un mucchio di ruderi fatiscenti con una chiesa in rovina. I campesinos l’hanno abbandonato, preferendo nascondersi tra le montagne ai bellicosi nativi yaqui guidati da Lancia d’Oro (Jaime Fernandez) ed alla banda di un meticcio doppiogiochista di nome Teclo (Charles Bronson). Padre José fa suonare le campane per chiamare tutti a raccolta, giunge invece un uomo di Teclo che lo assassina. Solo dopo il misfatto arrivano i campesinos che pensano erroneamente che Leon Alastray sia un sacerdote. L’uomo prova a spiegarsi, ma, quando capisce che quella gente ha bisogno di un pastore che la guidi a tornare a vivere senza la paura dei razziatori, assume il ruolo del religioso. Confessa la verità solo ad una donna, Kinita (Anjanette Comer), che si invaghisce di lui e lo sprona a seguire quella strada. Così, attraverso una serie di vicende, da finto sacerdote, Leon addestra i contadini a sparare e difendersi, li aiuta a costruire una diga capace di far convogliare le acque verso le coltivazioni, poi li assiste nella fortificazione del villaggio e, quando i nativi attaccano, i campesinos atterriti di una volta sono tutti pronti a lanciarsi in una spettacolare battaglia.

Lo stupendo scenario naturalistico delle cascate di El Saltito, a Durango, impreziosisce questo film, coproduzione italo-francese ispirata al romanzo “Un muro per San Sebastian”, del gesuita William Barnaby Faherty. È un peccato, però, che i colori siano così sbiaditi perché non valorizzano scene d’azione davvero trascinanti, come quella dalla fuga di Alastray, ad inizio pellicola, per passare al duello in acqua con Teclo e finire all’attacco indiano al villaggio.

Si dice che Anthony Quinn dovette sostituire Alain Delon e Gregory Peck. Sicuramente la sua fu una interpretazione eccellente che schiacciò finanche Bronson in una performance sottotono. Probabilmente si servì delle emozioni dettategli dal registrare nel suo paese natio. Forse fu scosso dalle polemiche sorte quando dichiarò ai giornali messicani che la qualità dei film nazionali era troppo scarsa per permettergli di vivere e lavorare lì. Si lamentò anche di non aver mai neppure ricevuto un certificato di nascita, così il governatore dello stato di Chihuahua s’affrettò a rimediare e fu l’inizio del riavvicinamento appassionato di Quinn alla madrepatria.

Il film fu, per l’epoca, sicuramente destabilizzante.

L’idea che un malvivente, ubriacone e ateo, divenisse un eroe, incarnando i panni di un frate, rifletteva le aspirazioni di cambiamento che covavano nel mondo cattolico francese e che stavano esplodendo. Il protagonista, Leon Alastray, è a tutti gli effetti un nuovo Jean Valjean de “I Miserabili”, il possente ex galeotto che cerca disperatamente la sua redenzione. La salvezza che porta ai diseredati che aiuta è concreta, non spirituale. Il percorso escatologico a cui il fuorilegge li incita è la liberazione dalla paura, dai prepotenti, dalle angherie. Indossato il saio, suo malgrado, tiene un comportamento assolutamente conseguente, in più di una circostanza evita la violenza, si espone al sopruso e alla derisione e, quando è messo alle strette, schiva pure la profanazione dell’altare ammettendo a tutti che non è un prete. La sua è un’azione pedagogica che spacca in due la stessa chiesa, incontra il consenso dei frati, ma l’ostilità dell’alto clero.

Il romanzo che si doveva portare su pellicola descrive, in realtà, un eroe ex soldato che diviene gesuita, ma l’alterazione operata indirizzò la narrazione su una strada più forte. Il film trasuda tutta l’irrequietezza della Francia degli anni Sessanta. C’è il disorientamento del mondo contadino che prova ad afferrare il benessere nell’inurbamento, c’è il tema della violenza e lo scricchiolare delle censure, c’è soprattutto l’esperienza, riabilitata da Paolo VI, dei cosiddetti preti operai, che condividevano integralmente la condizione del proletariato nel loro impegno di evangelizzazione.

Era maggio 1968. Il film uscì in Francia l’anno dopo, invece, in Messico fu presentato al pubblico quello stesso mese, in un contesto non meno turbolento. A luglio Città del Messico sarebbe stata scossa dal movimiento estudiantil, ad ottobre avrebbe pianto il massacro di Tlatelolco.

 

 

Angelo D’Ambra

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