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Il Tuttofare

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Di Andrea Persi 

Prima di diventare famosa, Madonna ha fatto la cameriera al Dunkin’ Donuts, famosa catena americana di rivenditori di caffè e ciambelle, il compianto Robin Williams si esibiva come mimo nelle strade e la bella Angelina Jolie aveva frequentato un corso per diventare……organizzatrice di funerali. Episodi curiosi che fanno riflettere sulla tenacia che ci vuole per raggiungere i propri scopi, ma anche su quali compromessi a volte si rischi di dover fare per ottenerli, specie in un mondo come il nostro in cui il merito non sembra mai trovare la sua giusta ricompensa. Da questo spunto prende l’avvio la pellicola del dubittante Valerio Attanasio (già sceneggiatore del primo capitolo della trilogia di Smetto quando voglio), per la fotografia a cura di Ferran Paredes Rubio (L’ora legale, The Startup) e le musiche del due formato da Roberto Pischiutta in arte Pivio e  Aldo De Scalzi (Ammore e malavita, Song  ‘è Napule) .

Antonio Bonocore (Guglielmo Poggi) è un neolaureato di modeste origini che svolge il suo incarico di praticante legale presso lo studio del famoso penalista Salvatore Toti Bellastella (Sergio Castellitto), adattandosi a qualunque mansione, comprese quelle di allacciare le scarpe all’illustre principe del Foro o cucinargli il pranzo. Superato a pieni voti l’esame da avvocato, Antonio pensa di poter finalmente venir assunto con un compenso dignitoso, ma non sa che, invece, i suoi guai sono appena all’inizio.

Ispirandosi sotto molti aspetti, a cominciare dal matrimonio forzato, alla commedia nera del 1968, Sissignore con Gastone Moschin e Ugo Tognazzi, diretta proprio dall’attore cremonese, che raccontava le traversie di un autista talmente devoto al suo datore di lavoro da finire in galera al suo posto, il film, rinuncia a qualunque pretesa di denuncia sociale per esaltare la prospettiva comica,  tramite richiami ai film di Fantozzi, resi grazie all’ottima fisicità di Poggi, e al cinema di Dino Risi, Bellastella è, infatti, poco più che un istrione privo di reali capacità, che per salvare il collo a un suo cliente mafioso gli suggerisce di cambiare sesso ed è succube, similmente all’Alberto Sordi de Il vedovo, di una moglie dispotica e volgarotta, interpretata da Elena Sofia Ricci, che tiene i cordoni della borsa. Lo spettatore più attento, peraltro, non potrà non riconoscere delle sventure di Bonocore una certa somiglianza col suo omonimo interpretato da Totò ne La banda degli onesti, ossia la persona fondamentalmente perbene che pur provandoci per necessità proprio non riesce a essere disonesta così da emergere in un mondo dove conta più conoscere un ministro che arrivare tra quinto su cinquemila all’esame di abilitazione. Il ritmo veloce e frizzante, sia pure scalfito nella seconda parte, nonostante l’impegno del già citato Poggi, dall’assenza del personaggio di Castellitto e da una sceneggiatura che, dopo spassose rotture della quarta parete e un coinvolgente incipit in media res, perde un po’ di mordente e originalità, fanno di questa pellicola d’esordio un’opera divertente per sorridere in maniera agrodolce di un mondo (il nostro) che anziché premiare le capacità, preferisce gratificare la furbizia.

 

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