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Settembre 29, 2020
Recensioni

Jojo Rabbit

Una delle armi più forti contro i prepotenti è certamente l’ironia, perché ce li mostra per quello che sono (nullità egocentriche) e ci fa smettere di averne paura.

Uno dei primi a capire questa grande verità fu Charlie Chaplin quando nel 1940, epoca in cui gli Stati Uniti speravano di poter convivere pacificamente con la Germania nazista, diresse il suo primo film sonoro che parodiava gli orrori del regime tedesco e che divenne un cult quando la guerra divenne inevitabile. In tempi più recenti si sono aggiunti i comici Evan Goldberg e Seth Rogen con il loro The Interview incentrato sul dittatore nordcoreano Kim Jong-un e l’italo-scozzese Armando Iannucci che in Morto Stalin, se ne fa un altro, ha raccontato in chiave satirica la lotta per la successione ai vertici dell’Unione Sovietica, seguita alla morte di Josef Stalin. Pellicole queste ultime di discreto successo, ma destinate certamente a essere surclassate dal film, tratto dal romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens, diretto e sceneggiato da Taika Waititi (Thor: Ragnarok), per la fotografia di Mihai Mălaimare Jr. (Hitchcock/Truffaut, La preda perfetta) e le musiche di Michael Giacchino (Star Trek Beyond, 7 sconosciuti a El Royale), fresco vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale.

Nella Germania nazista, il piccolo Johannes Betzler, detto Jo Jo (Roman Griffin Davis), vive con madre Rose (Scarlett Johansson) e, aiutato dai consigli di un immaginario Adolf Hitler (Taika Waititi), aspira a diventare un valoroso membro del reparto della Gioventù Hitleriana comandato dal capitano Klenzendorf (Sam Rockwell). Ma mentre gli eventi bellici evolvono, la fedeltà del ragazzo al regime viene messa alla prova dalla scoperta della giovane Ebrea Elsa (Thomasin McKenzie) nascosta in casa sua.

L’orrore della guerra e la follia nazista visti attraverso gli occhi di un bambino (che romanzo in realtà è un diciassettenne) ricco di fantasia e desideroso di integrarsi ma troppo innocente, o non abbastanza inconsapevole come l’amichetto Yorki (Archie Yates), per ignorare l’orrore a cui dovrebbe sottomettersi. Un orrore che similmente a La vita è bella di Begnini viene rappresentato negli aspetti più grotteschi del mito della razza e del militarismo, ma con una sostanziale differenza. Se il film di Begnini racconta della sopravvivenza dell’innocenza, Waititi, pur mantenendo un’atmosfera spesso surreale e parodistica (si pensi alla scena della perquisizione della Gestapo o all’utilizzo di musiche “futuristiche” quali le versione tedesche di I Want To Hold Your Hand dei Beatles o Heroes di David Bowie), non fa sconti intermini di traumi al suo piccolo protagonista che divengono funzionali al conseguente percorso di crescita interiore. Così se il papà di Giosuè lo aiuta a restare bambino, la mamma di Jojo (una formidabile Scarlett Johansson) cerca, invece, di farlo crescere e uscire da quel distorto universo di bambini (piccoli e grandi) fatto della rassicurante e cieca appartenenza al gruppo per condurlo in un mondo reale dove le scelte individuali hanno un peso e delle conseguenze.

Il meritato Oscar per la sceneggiatura diviene così rappresentativo dello straordinario lavoro fatto dal regista neozelandese per trasformare un incubo in una variopinta e straordinaria lezione di vita.

Andrea Persi

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