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Ottobre 16, 2019
Recensioni

Joker

Sia che fosse un criminale che si preoccupava di non ferire gli innocenti mentre cercava di uccidere il suo arcinemico (Cesar Romero), un gangster frustrato che impazzisce del tutto di fronte alla propria deformità (Jack Nicholson) o un uomo che si diverte a “vedere il mondo bruciare” (Heath Ledger), ogni cineasta che si avvicinato alla nemesi di Batman ha saputo trovarne un aspetto particolare da esaltare per raccontarne la storia da un punto di vista inedito, cosa che è successa anche nei fumetti o in altri media, pensiamo al futuristico cartoon Batman on the future, così da rendere Joker uno dei villain di maggior successo e longevità artistica. E lo stesso ha fatto, grazie anche a un interprete semplicemente perfetto come Joaquin Phoenix, il regista Todd Philips (la trilogia di Una notte da leoni) in questa pellicola recentemente premiata con il Leone d’Oro a Venezia e lanciatissima a diventare il primo cinecomic (anche se la definizione sembra davvero riduttiva) a vincere un Oscar, in cui troviamo Scott Silver (8 miles, L’ultima tempesta) alla sceneggiatura assieme allo stesso Philips, Lawrence Sher (Il dittatore, Godzilla II) alla fotografia e la compositrice islandese Hildur Guðnadóttir (Maria Maddalena, Soldado) alle musiche.

In una Gotham City sull’orlo del collasso morale e sociale, l’aspirante cabarettista Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), afflitto dallo scarso successo e da problemi mentali che gli provocano improvvisi attacchi di riso, precipita in un abisso di alienazione sempre più profondo che lo porterà a divenire la mente criminale più perversa che la metropoli abbia mai visto.

Curioso a dirsi, ma la struttura base della pellicola non è poi così diversa da Una notte da leoni. Anche in questo film, infatti, la narrazione si concentra su un uomo, “diverso” come l’Alan Garner di Zach Galifianakis e su come la società lo influenzi. Ma a differenza di Las Vegas o dei paradisi tropicali del franchisee comico, la Gotham anni ’80, grigia ed egoista, in cui vive Arthur, dove l’unica figura paterna dell’uomo è una distante la star televisiva (Robert De Niro, i cui film Re per una notte e Taxi driver sono chiaramente fonti di ispirazione della pellicola), dove anche poveri si “sbranano” tra loro (vedi il tradimento dell’amico Randall) e dove perfino il filantropo Thomas Wayne (Brett Cullen) prova disprezzo per i meno fortunati, non produce certamente momenti buffi, ma situazioni via via più e oscure e violente che conducono il protagonista e lo spettatore che guarda gli eventi attraverso i suoi occhi, in una spirale di totale estraniamento da un mondo che preferisce deridere anziché sorridere, dal quale l’unica via di fuga per il personaggio è la distruzione di tutto, che forse però prelude, all’interno del contesto fumettistico della pellicola, alla nascita di qualcosa di nuovo. Un contesto dal quale, però, alla fine il regista sembra evadere concludendo la storia, dopo un paio di indovinati colpi di scena in media res, con un ambiguo finale che ricorda il Gabinetto del Dottor Caligari di Wiene, capolavoro della scuola espressionista tedesca, dalla quale proviene anche l’archetipo del Joker, ispirato all’ Uomo che ride dell’omonimo film di Paul Leni.

Un film assolutamente unico e impossibile da catalogare in un determinato genere, che dimostra che la creatività esiste ancora.

Andrea Persi  

 

 

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