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La Stanza Delle Meraviglie

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Di Andrea Persi 

Finché si tratta della Mona Lisa o della Pietà nessun problema, ma se per esempio ci chiedessero chi è l’autore della scultura Forme uniche della continuità nello spazio che campeggia su tutte le monete da 20 centesimi, una sbirciatina in rete sarebbe necessaria a molti di noi per sapere che è opera del calabrese Umberto Boccioni. In effetti, anche di opere d’arte che vediamo tutti i giorni o talmente iconiche da essere arcinote possiamo sapere poco o nulla. Di questa “storia della Storia” parla il film tratto dall’omonimo libro dello scrittore Brian Selznick, autore tra l’altro de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret da cui Scorsese ha tratto la pellicola del 2011, vincitrice di 5 premi Oscar, diretto stavolta da Todd Haynes (Lontano dal paradiso, Carol), sceneggiato dallo stesso Selznick per la fotografia di Edward Lachman (Il giardino delle vergini suicide, Erin Brockovich – Forte come la verità) e le musiche di Carter Burwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri, Vi presento Christopher Robin).

Ben (Oakes Fegley) e Rose (Millicent Simmonds) sono due ragazzi che vivono l’uno nel 1977 e l’altra del 1927 e che hanno un sogno: quello di cambiare le loro vite, il primo ritrovando il padre che non ha mai conosciuto e la seconda incontrando il proprio idolo, l’attrice Lillian Mayhew (Julianne Moore). Due ricerche che si dimostreranno legate tra loro più di quanto si possa immaginare.     

A livello tecnico il film è notevole sia nelle scene ambientate negli anni ’20 girate, similmente al premio Oscar The artist, in bianco e nero, senza sonoro e con la rinuncia, allo scopo di offrire in maniera più realistica allo spettatore il punto di vista dei personaggi, perfino delle didascalie che, invece, nel film di Hazanavicius erano sin troppo presenti, che per quelle ambientate nel 1977 dove, invece, prevale la fotografia color seppia tipicamente retrò e la cura certosina per i dettagli, si veda la scena della libreria nella quale si reca il piccolo Ben.

Dal punto di vista narrativo il film racconta del progressivo avvicinamento tra i due protagonisti che, uniti dallo stesso bisogno emotivo, la ricerca di qualcuno, superano le diverse barriere che li separano siano esse empatiche (Ben, subendo la medesima menomazione fisica di Rose e comincia a percepire il mondo come lei), spaziali (entrambi hanno come meta New York) o temporali arrivando a “sfiorarsi” nelle sequenze all’interno del Museo di storia naturale, in particolare nella scena dinnanzi al meteorite Ahnighito, in una pellicola che, similmente ai film nel già citato Hugo Cabret, mira a rendere vive le opere d’arte come il diorama dei lupi di Gunflint Lake o il plastico Il Panorama del Queens Museum, attraverso la storia, sebbene raccontata in maniera romanzata e poetica, dei loro creatori.

Un interessante simbolismo che però a tratti rende la narrazione farraginosa e che viene in parte rovinato da un finale alquanto prevedibile e banale rispetto alle aspirazioni della pellicola nella quale accanto alle star Julianne Moore e Michelle Williams, spiccano i due giovani protagonisti Oakes Fegley (già protagonista de Il drago invisibile) e Millicent Simmonds (interprete dell’originale horror A quiet place).

Un film certamente non destinato allo stesso successo di quello di Martin Scorsese, ma altrettanto interessante e creativo.     

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