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Giugno 24, 2021
Recensioni

Lascia che Sylvie’s Love ti avvolga in tutta la sua bontà

Ci sono film che invitano lo spettatore emanando un’energia così rigogliosa e calda che desideri continuare a vivere in quel mondo anche dopo che il tempo del film è terminato.

Provo questa sensazione ogni volta che guardo uno dei melodrammi degli anni ’50 di Douglas Sirk che, nonostante sembri uno specchio di temi seri come il razzismo, il classismo e le usanze sociali puritane, offrono una sorta di conforto nello splendore della loro ricchezza in technicolor e nell’intensa trasposizione del phatos americano di metà secolo.

La stessa energia s’irradia attraverso Sylvie’s Love di Eugene Ashe, un dramma d’epoca elegantemente lunatico che si rifà all’amore e al desiderio sia romantico sia professionale.

Nella calda estate di New York del 1957, Sylvie (Tessa Thompson) è una giovane donna di una famiglia benestante che sogna di lavorare in televisione; per il momento, sta aiutando suo padre Herbert (Lance Reddick) a prendersi cura del loro negozio di dischi a conduzione familiare.

Quando il talentuoso sassofonista Robert (Nnamdi Asomugha) si presenta per chiedere a Sylvie del cartello “cercasi aiutante” nella loro vetrina, l’attrazione tra questi due esseri umani è istantanea quanto palese.

Una volta che Robert inizia a lavorare al negozio, i loro civettuoli flirt accendono un lento bruciare di rivelazioni sui loro reciproci interessi per la musica.

In una scena si trovano rinchiusi nel seminterrato del negozio e dopo alcuni minuti di conversazione intima, Robert si sporge improvvisamente come se volesse baciarla (e ci si domanderebbe perché non dovrebbe ?)…il momento è perfetto per questo, ma lui allunga una mano dietro l’orecchio per prendere una forcina che può usare per scassinare la serratura.

L’intelligente finta costruisce solo l’attesa per quando finalmente i due riconosceranno i loro sentimenti.

Sylvie’s Love è pieno di questi piccoli, teneri momenti.

Naturalmente, ci sono ostacoli che circondano il loro incontro; per prima cosa, Sylvie ha un fidanzato che è in servizio all’estero nella guerra di Corea.

E poi c’è l’antica barriera del proprio destino già scritto, poichè mentre lei proviene da un mondo di casalinghe e cotillions, Robert cerca di sbarcare il lunario suonando nei nightclub in un quartetto jazz emergente.

Ma s’innamorano comunque, saltellando non così segretamente per la città, nonostante la disapprovazione della madre di lei che la vede coinvolta con un uomo sotto le sue aspettative sociali.

Per settimane, la loro è una storia d’amore che non può essere repressa.

Fino a quando non lo sarà, in parte a causa di tutti questi enigmi sopra menzionati e di motivazioni di carattere più ponderate che è meglio non dire qui.

Mentre il secondo e il terzo atto di Sylvie’s Love si svolgono, le strade dei nostri protagonisti divergono e passano alcuni anni prima che questi si rivedano.

E quando lo fanno, si ritrovano in diverse fasi della loro carriera e della loro vita personale.

Parte della bellezza della narrazione di Ashe sta nell’attenzione data ai loro interessi al di fuori della relazione.

Robert e Sylvie stanno da soli come figure attratte, lui lotta per adattarsi a un panorama musicale mutevole, lei si destreggia tra le aspettative di essere una madre e una casalinga mentre lavora come assistente di una produttrice televisiva di colore in uno spettacolo di cucina.

Da lontano e da vicino, incoraggiano le passioni l’uno dell’altro, anche se sanno che queste attività ostacolano le loro possibilità di stare insieme per sempre.

Esteticamente, la bellezza sta nell’evocazione dell’aspetto cinematografico dell’epoca, con la fotografia di Declan Quinn: questa scintillante New York City è stata girata in un backlot della Warner Bros. e sembra proprio questo, questo è il punto. 

È New York come la Hollywood degli anni ’50 -’60 spesso la immaginava; appena sporca, poco affollata, lucida ed elegante, persino onirica.

Mentre osservavo la dinamica di Sylvie e Robert evolversi e trasformarsi nel modo in cui le relazioni spesso fanno, ho pensato a quanto fosse simile non solo a La La Land masoprattutto a Paris Blues  del 1961 con Sidney Poitier e Paul Newman come musicisti jazz che vivono a Parigi e si innamorano di un paio di ragazze americane.

Le loro rispettive storie d’amore sono complicate dal disallineamento dei loro desideri individuali fuori dalla vita, attività contro passività, famiglia contro carriera e gran parte del film trova ciascuna delle coppie scavate in profondità in conversazioni esistenziali e intellettuali che rendono difficile immaginare come potrebbero far funzionare un rapporto.

L’opera di Ashe funziona, non diversamente da quelle di Todd Haynes che prende esplicitamente in prestito dal palato di Douglas Sirk per aggiornare e reimmaginare il melodramma degli anni ’50, facendo eco ai film di quell’epoca per offrire una rinfrescante interpretazione di una tranquilla narrazione romantica.

È il tipo di film che si vorrebbe che Poitier e Diahann Carroll (interprete appunto di Paris Blues) avessero l’opportunità di fare insieme al culmine della loro carriera.

Per fortuna, e in non piccola parte a causa del contributo di Poitier e Carroll all’arte e all’industria, un film come Sylvie’s Love può ed esiste ora.

Il film è stato distribuito sulla piattaforma streaming Amazon Prime a partire dal 23 dicembre 2020

Valerio Sembianza

Eccovi il Trailer

 

 

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