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Aprile 26, 2019
Recensioni

L’Esorcismo di Hannah Grace

Di Andrea Persi 

Quando, nel lontano 1973, William Friedkin e William Blatty, rivoluzionarono l’horror creando una delle opere più iconiche del genere, probabilmente non immaginavano che divenisse fonte di soprattutto da parte di chi cercava divagazioni sul tema che hanno fatto diventare il principe delle tenebre protagonista delle immancabili parodie (Riposseduta con Leslie Nielsen e il nostro eccezionale L’esorciccio con Banfi e Ingrassia) di un improbabile, seppure ben girato, scontro col duro di Hollywood Arnold Schwarzenegger (Giorni contati) e perfino di un legal thriller ne L’esorcismo di Emily Rose.
Il tentativo di superare, o almeno di andare oltre, il plot originale viene ora compiuto dal regista televisivo olandese Diederik Van Rooijen, che si avvale della collaborazione dello sceneggiatore Brian Sieve (Boogeyman 2 e 3) del direttore della fotografia Lennert Hillege e del compositore John Frizzell (Dante’s Peak – la furia della montagna, Leatherface)
L’ex agente di polizia Megan Reed (Shay Mitchell) dopo un lungo periodo di depressione inizia un nuovo lavoro nell’obitorio dell’ospedale cittadino. L’arrivo del corpo orribilmente sfigurato della giovane Hanna Grace (Kirby Johnson), apparentemente morta durante un fallito rito d’esorcismo, darà il via a una serie di eventi sempre più misteriosi e inspiegabili che trasformeranno in un incubo la notte della ragazza.
L’idea di mescolare gli zombie e il diavolo e l’ambientazione ospedaliero\obitoriale high tech sono in effetti tutto ciò che la pellicola ha da offrire. Per il resto, il film è un continuo rimestare dei luoghi comuni del genere con l’eroina sexy e tormentata e i comprimari (più o meno scemi) destinati a diventare frattaglie per il maligno e un ossessivo ripetere a nastro per l’intera durata della pellicola le stesse idee come la camminata a ragno, la trovata dei sensori luminosi e lo sportello della cella frigorifera che si apre ogni 5 secondi, in realtà più utile per destare lo spettatore dal torpore che per creare tensione visto che la maggior parte delle volte la sequenza finisce, coerentemente con la sostanza del film, per preludere al nulla.
Pellicola, in sostanza inutile, che al massimo possiamo usare come rumore bianco mentre ci gustiamo un buon libro.

 

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