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Maggio 26, 2019
Recensioni

Lo Chiamavano Jeeg Robot

 

Di Andrea Persi

Personalmente credo che quando il cinema italiano si mette alla prova in generi che non gli sono usuali e secondo alcuni gli sarebbero perfino interdetti per ragioni artistiche e culturali, come ha fatto Salvatores ne “Il ragazzo invisibile” o il giovane Stefano Lodovichi con “In fondo al bosco” sia già un buon risultato. Meglio ancora se, come in questo, ne viene fuori una pellicola di sicura qualità.

Il regista Gabriele Mainetti, qui al suo primo lungometraggio, dopo un’esperienza nei corti fra cui i pluripremiati “Basette” e “Tiger Boy”, entrambi certamente da vedere, in quanto molte delle tematiche vengono riprese e sviluppate in questo suo “Lo chiamavano Jeeg Robot”, torna al tema del supereroe calandolo, a differenza del film di Salvatores, in un pellicola dai toni neorealisti, a metà tra Romanzo Criminale e The Chronicle di Josh Trank e in cui l’aspetto introspettivo dei personaggi prevale sull’azione vera e propria, come avviene in quei fumetti dark, fatti per un pubblico più adulto.

In un Roma depressa dalla crisi economica e vittima di un recente e misterioso attacco terroristico, si muove il piccolo delinquente Enzo Ceccotti che, in fuga dalla polizia dopo un furto commesso, finisce in un barile pieno di sostanze radioattive che gli donano una forza ed una resistenza sovraumane. Intenzionato a sfruttare questi poteri per la sua carriera criminale, Ceccotti entra in contatto, suo malgrado, con Alessia, figlia, mentalmente ritardata, di un suo vicino criminale anche lui, che finisce con identificarlo con il protagonista del cartone Jeeg Robot e che cerca di convincerlo, a modo suo, che il suo destino è quello di aiutare il prossimo e con lo Zingaro, un piccolo criminale di periferia, psicotico e assettato di notorietà.

Un trittico di protagonisti quello formato da Ceccotti-Zingaro-Alessia che ricorda quello Leon-Stanfield-Mathilda del film di Luc Besson. Del resto i richiami sono evidenti tra i budini e i film porno di Ceccotti che prendono il posto del latte e della pianta di Reno, la follia dello Zingaro e l’atteggiamento da bambina di Alessia, qui però frutto di un trauma che la ragazza non vuole superare attraverso una vendetta personale, quanto piuttosto, cercando di convincere Ceccotti del suo destino di supereroe e del fatto che nel mondo c’è ancora speranza che il bene prevalga.

Girato come un action movie piuttosto crudo, si vedano le varie scene violente o la bellissima scena iniziale con la panoramica aerea su Roma con in sottofondo il respiro affannoso del protagonista, il film non rinuncia scene emblematiche come la presa di consapevolezza di Ceccotti del suo destino e la scelta di indossare, finalmente, la maschera (in maniera opposta a quello che succede in “Tiger Boy” in cui la maschera, che è assieme difesa e prigione, viene finalmente tolta quando il pericolo è passato) o a momenti introspettivi in cui i protagonisti svelano le ragioni del loro comportamento, si vedano lo sfogo dello Zingaro per la paura di finire, come suo padre, rimasto sempre un criminale di mezza tacca o al monologo di Ceccotti sulla sua d’infanzia infelice che lo ha condotto a chiudersi in età adulta, a chiunque, in maniera quasi disperata. Non mancano, neppure, momenti di pura comicità che nascono dall’insolito arrivo di un supereroe nella realtà urbana, in modo non troppo diverso da ciò che avviene nel sogno lucido di Valerio Mastrandrea in “Basette”.

Ma come ogni storia di supereroi che si rispetti, il film funziona sopratutto grazie al cattivo. Luca Marinelli (La solitudine dei numeri primi, l’ultimo alieno, la Grande Bellezza) interpreta in maniera magistrale “lo Zingaro”: un piccolo boss di quartiere insicuro e, per questo, violento, effeminato e amante della musica pop anni ’80, più guidato nelle sue azioni dalla necessità patologica di apparire per sentirsi vivo, significativa la scena in cui il criminale prova invidia per le migliaia di visualizzazioni ottenute su internet dal video in cui Ceccotti che sradica un bancomat, che dalla  sete di denaro o dall’ odio verso il genere umano come un classico cattivo dei fumetti.

Il sempre ottimo Claudio Santamaria costruisce invece il suo eroe come l’esatto opposto della sua nemesi. Ceccotti è un personaggio virile, quasi animalesco all’apparenza, ma, come Leon, con un lato umano sepolto sotto strati di solitudine e di tristezza e appare rassegnato, all’inizio, ad una vita in cui non farà mai nulla di importante e che è destinata a concludersi in maniera drammatica. Ultimo fra gli ultimi, Ceccotti non è un milionario come Bruce Wayne né un alieno con doti semidivine come Clark Kent e proprio per questo la sua evoluzione da sbandato di strada a supereroe metropolitano apparirà ancora più difficile. Evoluzione sottolineata anche, come ha spiegato il regista Mainetti, dalla colonna sonora e dal tema del film che accennato nei titoli di testa, cresce d’intensità nel corso della trama e “esplode” quando Ceccotti prende coscienza del suo nuovo “Io”. Un esperimento analogo a quello che è stato fatto dal compositore Ludwig Göransson col tema del film Creed – Nato per combattere.

Ottima anche la prova d’esordio di Ilenia Pastorelli nel ruolo di Alessia, personaggio difficile per le molteplici sfaccettature che assume nel corso del film, da vittima a oggetto del desiderio di Ceccotti, fino a vera e propria guida spirituale dello stesso verso l’accettazione delle sue nuove responsabilità nei confronti  un mondo, spesso indifferente a volte crudele, ma che merita di essere protetto, proprio per avere anch’esso la possibilità di diventare migliore, eloquente in tal senso la scena del centro commerciale in cui Alessia racconta a Ceccotti le storie delle varie persone che incrociano.

Claudio Santamaria in un’intervista ha detto un tempo i produttori facevano film di botteghino per finanziare Pasolini e Fellini ma che oggi preferiscono tenersi i soldi. “Lo chiamavano Jeeg Robot” non sarà il nuovo 8 e 1/2, ma vale abbastanza e credo che anche al botteghino lo dimostrerà, per provare come questo sia un atteggiamento rischi di limitare le potenzialità del nostro cinema, bloccando la diversificazione dei generi. Ricordiamoci, ogni tanto, che abbiamo inventato lo spaghetti western da cui anche registi del calibro di Tarantino prendono spunto.

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