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Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni

 

Di Andrea Persi 

Potrà sembrare una semplificazione ma a volte basta vedere un singolo film di un regista per capire tutto di lui. Mullholland Drive ad esempio, riassume in maniera egregia lo stile di Lynch (oltre ad avere un significato globale molto più fruibile di altri) e lo stesso succede con Il buono, il brutto e il cattivo, vera e propria summa del Cinema di Sergio Leone. Anche il longevo gigante creato nel 1923 da Walt Disney e da suo fratello Roy, per il quale, peraltro, perfino il creatore di Twin Peaks diresse nel 1999 il poetico Una storia vera ha un proprio stile inconfondibile che risalta più in alcune pellicole che in altre ma sembra centrare puntualmente il bersaglio. Come in questo caso nell’opera diretta dalla coppia di registi Lasse Hallström (Buon Compleanno Mr Grape, Hachiko – Il tuo migliore amico) e Joe Johnson (Jumanji, Oceano di fuoco – Hidalgo), con la sceneggiatura di Ashleigh Powell e Simon Beaufoy (127 ore, Everest), la fotografia del premio Oscar Linus Sandgren (La La Land, First man – Il primo uomo) , gli effetti speciali del veterano Chris Corbould (Superman II e III, la trilogia de Il Cavaliere Oscuro di Nolan) e le musiche di James Newton Howard (Maleficent, Animali fantastici – I crimini di Grindelwald) .

La sera di Natale la giovane e brillante Clara (Mackenzie Foy), in rotta col padre (Matthew Macfadyen) da quando sua madre (Anna Madeley) è morta, partecipa alla festa del suo padrino, il geniale inventore Drosselmeyer (Morgan Freeman), il quale ha in serbo per lei il più magico dei regali: l’accesso a un mondo di giocattoli viventi di cui sua madre è stata regina e che ora, governato da Fata Confetto (Keira Knightley), è  minacciato dalla potente Madre Cicogna (Helen Mirren) e dal suo esercito di ratti.

L’inedita coppia di registi pesca a piene mani negli archetipi disneyani per confezionare una sontuosa fiaba barocca sul coraggio, l’amore e l’amicizia. La protagonista, ottimamente interpretata dalla giovane Mackenzie Foy, è il prototipo della moderna eroina dei film d’animazione, intelligente, indipendente, ma in conflitto con il mondo che la circonda, che alla fine della più straorinaria delle avventure imparerà ad apprezzare ciò che ha come succedeva nei classici per famiglie degli anni ’90, quali In fuga a quattro zampe o Pecos Bill – una leggenda per amico, mentre, come nel più recente Coco, i personaggi e le situazioni non sono ciò che sembrano. L’insolita combinazione tra stili narrativi vecchi e nuovi delle produzioni disneyane, calata in un universo “burtoniano” in cui esistono macchine straordinarie capaci addirittura di creare la vita e dove, per dirla con la terza legge di Clarke, la tecnologia è così avanzata da essere davvero indistinguibile dalla magia  fa da palcoscenico a una storia che, prendendosi notevoli libertà rispetto all’omonima opera teatrale che la salvano dagli eccessi manieristici della precedente trasposizione in 3d di Andrej Končalovskij si snoda, tra citazioni più o meno palesi di pellicole quali le Cronache di Narnia, il Grande e Potente Oz e l’immortale Fantasia, in maniera semplice e lineare, ma riuscendo a conquistare lo spettatore a riprova di come lo schema collaudato fatto di avventura, sentimento e ironia continui a funzionare ottimamente.

Da applausi, infine, un’irriconoscibile Keira Knightley e il premio Oscar Helen Mirren

Dedico questa recensione al mitico Stan Lee: “Grazie al cielo non si può comprare la felicità. Non potremmo sopportarne gli annunci pubblicitari.”

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