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Maggio 26, 2019
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Luke Perry

 

 

Di Andrea Persi

Diciamo la verità: a me Berverly Hills 90210 non è mai piaciuto. Sarà si trattava era una serie nerd-purificata (l’unico, tal Scott, interpretato da Douglas Emerson, viene eliminato, nel vero senso della parola dopo i primi episodi) sarà perché le storie, diventate nel corso del tempo sempre più improbabili, di adolescenti (età media reale 20-25 anni) senza mai un capello fuori posto demolivano il mio senso del ridicolo oltre che la mia autostima.

Ma la morte, improvvisa e tragica di Luke Perry che nella serie interpretava il bello e dannato Dylan mi addolora, come tutti credo, perché rappresenta comunque una parte di un periodo spensierato della vita che se ne va  e anche perché, tristemente, sembra replicare ciò che è stata la sua carriera sempre in bilico tra il fallimento e il successo che però non è mai realmente arrivato e che sul grande schermo lo ha visto relegato in piccoli ruoli in cult come nel Quinto Elemento di Luc Besson o protagonista di sonori fiaschi come Buffy – l’Ammazzavampiri di Joss Whendon a cui poi segui la ben più fortunata serie tv con Sarah Michelle Gellar. Ma Perry ha continuato ha lavorare, senza mai farsi scoraggiare anche dopo brutti colpi come la cancellazione del telefilm di fantascienza Jeremiah diretta dal geniale J. Michael Straczynski che lo vedeva protagonista e anzi sfoggiando una buona dose di autoironia come doppiatore di se stesso nei Simpson, fino a ritrovare la popolarità presso il grande pubblico, che in realtà non lo aveva mai dimenticato col recente Riverdale, rivisitazione dark e moderna del famoso fumetto della Archie Comics, in cui dopo tanti anni nel ruolo di un adolescente tormentato, interpretava un genitore.

Arrivederci in tempo e in luogo migliore Luke, nel frattempo insegna agli angeli come essere più fichi.

Di norma il cinema si occupa di “quelli che scappano” come Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz, Gregory Peck in Intrigo internazionale o Tom Cruise in Minority Report o di chi, come i protagonisti di Old Boy o Room, sono prigionieri loro malgrado. Ma il nostro amore per il pericolo (sia pure calato in un ambiente protetto) ha creato il fenomeno delle escape rooms, nato in Giappone nel 2008 ma rapidamente diffusosi in tutto il mondo, in cui delle persone si fanno rinchiudere in una stanza dalla quale devono cercare di evadere, risolvendo complicati indovinelli.

Idea quasi obbligata, quindi, quella di un film, ovviamente horror, su un gruppo rinchiuso in una di queste camere degli enigmi, diretto da Adam Robitel (regista dell’ultimo capitolo di Insidious, l’ultima chiave), sceneggiato da Bragi F. Schut (L’ultimo dei Templari) e Maria Melnik, per la fotografia di Marc Spicer (Fast & Furious 7), gli effetti speciali di Max Poolman (La Torre Nera, Tomb Raider) e le musiche della coppia John Carey e Brian Tyler (La mummia, Power Rangers).

Chicago. Zoey (Taylor Russel), Ben (Logan Miller), Jason (Jay Ellis), Mike (Tyler Labine), Amanda (Deborah Ann Woll) e Danny (Nik Dodani) sono sei sconosciuti che vengono invitati da una misteriosa associazione a cercare di risolvere una innovativa escape room multilivello, ma che si accorgeranno in fretta che il vero pericolo non è costituito dalla complessità degli enigmi.

Un horror nel complesso solido e ben strutturato che, ispirandosi a pellicole come the Cube o Saw – l’enigmista, punta però non tanto sullo splatter o sugli jumpscaries, quanto sulla tensione delle situazioni in cui un ruolo fondamentale giocano la pluralità degli ambienti e dei rebus che i personaggi devono svelare e anche il mistero delle loro storie personali (e di come queste siano connesse nella situazione in cui si trovano) che, non a caso, le sequenze introduttive del film ci spiegano solo parzialmente. Pur avendo maggiore coerenza logica rispetto a Saw, che negli ultimi capitoli andava avanti a furia di espedienti sempre più stiracchiati per introdurre nuovi apprendisti del diabolico John Kramer, la storia dopo un inizio molto avvincente, le scene migliori sono sicuramente quelle della sala d’aspetto e della baita, perde di originalità nel finale, trascinandosi verso un epilogo abbastanza prevedibile, pur restando piacevole.

Un film interessante, di cui è in produzione già il sequel, che, riuscendo a “stabilizzare” il ritmo narrativo, potrebbe dare il via una saga horror davvero notevole.

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