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L’Uomo che uccise Don Chisciotte

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Recensione Don Chisciotte
[Voti: 1    Media Voto: 4/5]

Di Andrea Persi

Atollo K, del 1951 fu l’ultimo film dei leggendari Stanlio e Ollio e nonostante le buone premesse, il duo comico stava vivendo un nuovo periodo di notorietà dopo l’oblio bellico e la produzione disponeva di un budget di tutto rispetto per l’epoca di un milione e mezzo di dollari, fu un clamoroso insuccesso a causa dei gravi problemi di salute dei due artisti che provocarono un allungamento dei tempi di produzioni da poche settimana a più di un anno. Oltre sessant’anni dopo, con i due artisti più famosi e amati che mai, sarebbe lecito chiedersi cosa sarebbe stato se Laurel e Hardy fossero stati in forma e, soprattutto, se accanto a loro avessero accettato di recitare, come era nelle intenzioni della produzione, Totò e Fernandel. Ma la vita non si regge sui se e si può solo giudicare un film per ciò che è. Come l’ultima opera del regista Terry Gilliam, anche sceneggiatore assieme al quasi omonimo del protagonista, Tony Grisoni (Tideland – un mondo capovolto, e la trilogia di Red Riding, attualmente disponibile su Netflix), che, vero monumento alla tenacia artistica, vede la luce dopo 20 anni di una travagliata produzione, una parte della quale è raccontata nel documentario Lost in Mancha, con la fotografia del milanese Nicola Pecorini (Paura e delirio a Las Vegas, La prima cosa bella) e le musiche di Roque Baños (Risorto, L’uomo sul treno).Toby Grisoni (Adam Driver) e uno svogliato ed egocentrico regista di spot pubblicitari che ha da tempo perso ogni stimolo artistico per il proprio lavoro. In Spagna per l’ennesima campagna di marketing, Toby trova causalmente il dvd di una sua opera giovanile, girata 10 anni prima e ispirata al Don Chisciotte e decide di andare alla ricerca del vecchio protagonista del film (Jonathan Pryce), trovandosi ben presto coinvolto in un’avventura in cui realtà e finzione, passato e presente si intrecceranno più di una volta.

Gilliam ha svolto un grandissimo lavoro per riproporre in chiave moderna, , lo spirito e il significato del romanzo di Cervantes e, soprattutto, per adattarlo, tra narrazione metafilmica e flashback, al suo cinema surreale e anarchico, realizzando una sorta di Brazil ambientato ai giorni nostri, dove, non a caso, la parte migliore dell’uomo emerge quando è stretto contatto con la natura, si veda la scena della cascata e la peggiore, pensiamo alle sequenza sul set cinematografico o nel castello, quando si rifugia nelle strutture artificiali da egli stesso costruite. Mentre ne Il ventre dell’architetto di Greenway, i monumenti e le opere d’arte perennemente sullo sfondo enfatizzavano l’insignificanza delle persone, nel film di Gillian sottolineano, invece, in chiave grottesca il loro l’aspetto peggiore.

In questo contesto, l’errante Don Chisciotte è il simbolo della ribellione al sistema, il cui destino è però non quello di essere riprogrammato dal Potere ma, forse più tragicamente, di essere ignorato o deriso. Se il Salieri di Amadeus è il patrono dei mediocri, il cavaliere del La Mancia diventa quello degli sognatori che continuano a credere in un ideale superiore e al fatto che la loro vita possa essere diversa, anche se destinati, forse per ora, alla sicura sconfitta. Un messaggio di speranza ma anche di disillusione come quella del regista per la lunga gestazione della pellicola che traspare più di un’occasione soprattutto attraverso il personaggio del “capo”, interpretato da Stellan Skarsgård.

Come tuttavia é successo ad altri opere del cineasta di Minneapolis, quali I fratelli Grimm e l’incantevole strega o Le avventure del barone di Munchausen, il film risente non poco dell’incapacità del cast di adattarsi alla pellicola, soprattutto ai suoi aspetti più surreali e metaforici. Driver e la sua co-protagonista Joana Ribeiro, che interpreta il personaggio di Angelica, si aggirano smarriti in una storia che sembrano aver scambiato per la versione spagnola di Pretty Woman, tediando lo spettatore proprio nelle sequenze più significative sopratutto sotto l’aspetto satirico\gogliardico. Di ben altro spessore, invece, le interpretazioni del già citato Skarsgård e di Jonathan Pryce, scelto dopo la scomparsa di Jean Rochefort e John Hurt, ai quali la pellicola è dedicata.

Similmente a Ulisse, Gilliam conclude dopo 20 anni la propria odissea cinematografica tornando, forse con un pizzico di speranza in più al punto di partenza, ovvero al racconto di un sognatore prigioniero in un mondo da incubo. Il nostro.

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