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Maggio 11, 2021
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Mank di David Fincher – La Recensione

Un buco nero, Mank di David Fincher si crogiola nelle sue contraddizioni e paradossi. 

È una lettera d’amore e allo stesso tempo una penna avvelenata, anche se come gran parte della meticolosa produzione del regista, questo film (che non è un film, anche se spesso è fatto per assomigliarlo) è appesantito dal peso del tempo. 

I racconti di Fincher tendono a riguardare la lenta marcia verso una tomba letterale e / o metaforica, dall’esistenza al non, in un mondo la cui neutralità prescritta spesso è scambiata per crudeltà o indifferenza.

Se c’è qualche speranza nel mondo di Fincher, si manifesta come una rinascita nella vita che un personaggio sta vivendo (vedi l’uomo d’affari di Michael Douglas in The Game). 

Ma essere umani è un affare unico e siamo tutti diretti allo stesso posto, ognuno di noi “è adesso” ma inevitabilmente diventerà “fu allora”.

L’Herman J. Mankiewicz descritto da Fincher e dal suo defunto padre sceneggiatore Jack (con un chiaro assist di un Eric Roth non accreditato), e incarnato con il fascino inebriato di Gary Oldman, ha lo stesso rapporto con la realtà quanto il gangster favolista di De Niro in The Irishman. 

Mankiewicz non era la forza trainante di Quarto Potere, per il quale aveva scritto una pesante prima bozza di sceneggiatura, ma questa versione cinematografica di lui lo è, e questo è tutto ciò che conta.

Il film non è interessato a dipanare questa questione, ma invece utilizza il mito, nato da un groviglio di fatti, come punto di partenza per esplorare un tipo molto specifico di disprezzo per se stessi.

Mank tende, per usare un eufemismo, all’eccesso logorroico, e si circonda di persone che riescono a stare al passo, o su cui può proiettare la sua miriade di cinismi con precisione da spadaccino e il luccichio di un giullare di corte.

È il suo modo di affrontare il vuoto che schernisce; di fronte a una pagina bianca, perso in un groviglio di pensieri che potrebbero non essere mai domati (e che è più facile lasciare che rimangano un guazzabuglio), la sua soluzione è sfumare il divario tra reale e immaginario.

Un flusso costante di verbosità è il suo motore e l’alcol è il suo lubrificante.

Ci sono molti anacronismi nella pellicola (mi piace ancora definirle così), come in una in cui Mank cita Groucho Marx “Non voglio appartenere a nessun club che mi vorrebbe come membro!”, un intero decennio o più prima che fosse ufficialmente detto.

Ma penso che tali tocchi, anche se concepiti per curiosità referenziale cinematografica, si accordino con Mank il personaggio come una sorta di oracolo fuori dal tempo (per non dire che predice il futuro così tanto che lo incanala inconsapevolmente, in scorci che a malapena risuonano) e Mank il film come un progetto che fa gli straordinari per negarsi, essendo sia ciò che appare (un’esca carica di prestigio per gli Oscar) sia una completa sovversione dello stesso.

Una scritta nei titoli di coda, sovrapposta a un’immagine di Mank (quello di fantasia) con in mano il suo Oscar per la migliore sceneggiatura, osserva che ha confidato quanto segue a un amico: “Mi sembra di essere diventato sempre più un topo in una trappola di mia costruzione, una trappola che riparo regolarmente ogni volta che sembra esserci il pericolo di un’apertura che mi permetterà di scappare”

Egli è stato, e sarà tutto quello che ha scritto.

Valerio Sembianza

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