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Dicembre 4, 2020
Recensioni

Parasite

Il termine “rivelazione” per un film forse è più abusato di quello “capolavoro”, ma certamente una pellicola che conquista Palma d’oro e Oscar (primo film sonoro non in lingua inglese a ricevere tale riconoscimento) mettendo in certo senso d’accordo il mondo artistico e quello commerciale del Cinema, dimostra di avere i numeri per ambire a questo titolo.

E finalmente anche per noi forzati della quarantena arriva, grazie  all’edizione home video della Eagle Picture in arrivo il 20 maggio, la possibilità di vedere l’opera sudcoreana, diretta e sceneggiata assieme a Han Ji-won da Bong Joon-ho (Snowpiecer) per la fotografia di Hong Kyung-pyo (2036 Apocalypse Earth) e le musiche di Jung Jae-il (Okja).

La famiglia Kim, formata dal padre Ki-taek (Song Kang-ho), la madre Chung-sook (Chang Hyae-jin), il figlio Ki-woo (Choi Woo-shik) e la figlia Ki-jung (Park So-dam), vive in un seminterrato di Seul, cercando di sbarcare il lunario. Quando grazie a una serie di raggiri riescono a farsi tutti assumere alle dipendenze della ricca famiglia Park la loro vita sembra cambiare, ma un sinistro imprevisto li attende.

Prendendo spunto dalla pellicola del 2004 del connazionale Kim Ki-duk, Ferro 3 – La casa vuota, Joon-ho costruisce una commedia nera di critica sociale che contrappone ricchi sempliciotti e poveri astuti (chiaramente ispirati agli stereotipi patrizio sciocco e al servo furbo della commedia classica) apparentemente entrambi destinati, nel bene e nel male, a rimanere “imprigionati” nel rispettivo staus quo da una sorta di immutabilità del materialismo e della ricchezza, descritta dal personaggio di Chung-sook, come un ferro che “stira” tutte le pieghe della vita e simbolicamente rappresentati dalla enorme villa della famiglia Park, la quale a poco a poco diviene, il vero protagonista della storia. La lussuosa dimora, infatti, non è semplicemente il luogo in cui avvengono la maggior parte degli eventi della storia, ma in un certo senso il motore che li provoca, favorendo, grazie alla sua struttura labirintica, drammi, inganni, momenti grotteschi e situazioni violente (vedi la colluttazione sulle note di Inginocchio da te di Gianni Morandi) di cui i personaggi sembrano non avere quasi mai il controllo (la locandina del film non a caso riproduce i protagonisti con gli occhi “censurati” a indicare che ognuno di loro non vede qualcosa rispetto alla casa che è, invece, onnisciente di ciò che succede al suo interno), ma che sembrano tutti convergere verso il mantenimento della situazione preesistente, si pensi, infatti, che tutti i colpi di scena della storia o avvengono altrove, come nella casa dei Kim, o lontani dalle zone “padronali” della casa dei Park, come il giardino.

La critica del regista alle differenze sociali nel suo Paese è dunque allo stesso tempo simbolica, brutale e velata di quella desolata rassegnazione propria di opere neorealiste come Sciuscià di Vittorio De Sica o La Strada di Federico Fellini e la sua sintesi di tali elementi è talmente ben realizzata da sfociare in un finale che, sia pure all’interno della realtà borderline del film, risulta convincente e inaspettato per lo spettatore.

Edizione sobria ma elegante quella del blu ray, con menù animati, capitoli (una volta tanto con i titoli) e contenuti speciali (trailer e making of) essenziali ma comunque interessanti e adeguati al tipo di opera, per un film che dopo la conquista anche del David di Donatello si avvia a essere una di quelle rare pellicole capace di unire  critica e pubblico.

Andrea Persi

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