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23 Gennaio, 2020
Recensioni

Piccole Donne

Immaginate una donna che negli Stati Uniti della prima metà dell’800 credeva e lottava per l’abolizione della schiavitù (che sarebbe arrivata solo dopo la sanguinosa guerra di secessione e nei fatti sarebbe continuata per decenni tramite la segregazione razziale) e il suffragio universale esteso alle donne che sarebbe arrivato solo nel 1966. È importante sapere che questa donna era Louise Mary Alcott, per capire pienamente l’originalità del suo libro più famoso, non a caso in buona parte autobiografico, a cui seguirono altre tre opere di minor successo e per comprendere altresì il significato della nuova trasposizione dello stesso, diretta e sceneggiata da Greta Gerwig (Lady Bird), per la fotografia di Yorick Le Saux (La frode) e le musiche del due volte premio Oscar Alexandre Desplat (La forma dell’acqua, L’ufficiale e la spia).

Poco dopo fine della guerra di secessione, le quattro giovani sorelle March Jo (Saoirse Ronan), Meg (Emma Watson), Amy (Florence Pugh) e Beth (Eliza Scanlen) ricordano i giorni del conflitto passati con la madre (Laura Dern) e l’anziana domestica Hannah (Jayne Houdyshell), scanditi dalle ristrettezze economiche, la lontananza del padre (Bob Odenkirk), i rapporti con l’arcigna zia (Meryl Streep) e l’amicizia col ricco vicino (Chris Cooper) e con suo nipote, il giovane e scapestrato, Laurie (Timothée Chalamet).

Per rendere originale una storia arcinota, Greta Gerwig sceglie una narrazione in media res che parte dall’inizio del secondo e meno noto libro della serie (Piccole Donne crescono), raccontando poi i successivi eventi del romanzo e, tramite l’utilizzo del flashback, quelli di Piccole donne. Ne viene fuori, nonostante le ottime scenografie e l’eccellente prova del giovane cast (tra cui spiccano Timothée Chalamet e Saoirse Ronan), un film “claudicante”, appassionante nella narrazione del passato, in particolare nel descrivere le dinamiche familiari tra le quattro sorelle, ma scialbo e prevedibile, quasi una soap opera, nel raccontare gli eventi contemporanei e questo nonostante il birllante tentativo registico di offrire un finale in cui l’opera letteraria meta-filmica (il libro scritto da Jo), la realtà filmica e la vita reale di Mary Alcott (di cui la secondogenita dei March è una quasi fedele caricatura autobiografica) si mescolano in un’atmosfera che potremmo definire metafisica.

Una trasposizione nel complesso riuscita, ma che stenta parecchio nel cogliere tutta la straordinaria modernità dei romanzi da cui è tratta.

Andrea Persi

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