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Luglio 23, 2019
Recensioni

Rapina a Stoccolma

Di recente sono rimasto traumatizzato nel sapere che molte delle chicche scientifiche con cui me tiravo all’Università, diligentemente imparate dagli episodi di X – Files, sono delle bufale. Così non è vero come afferma compiaciuto Fox Mulder nell’episodio La pelle del diavolo che l’accelerazione di Coriolis fa girare l’acqua di un lavandino in senso o nell’altro a seconda dell’emisfero in cui ci si trova, una cosa questa confermata anche in un episodio dei Simpson che quindi era per me vicina alla verità di Fede. Sempre il simpatico personaggio interpretato da David Duchovny in un’altra occasione parla di “sindrome di Helsinki” riferendosi in realtà a quella che porta il nome della capitale svedese e che si manifesta quando un ostaggio o un prigioniero solidarizza col proprio carceriere. Il disturbo, riconosciuto sul piano clinico e divenuto anche molto popolare nella cultura di massa, si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto che ci viene raccontato nel film diretto e sceneggiato dal canadese Robert Budreau, con la fotografia di e le musiche di Brendan Steacy e le musiche di Steve London.

Stoccolma 23 agosto 1973. Kaj Hansson (Ethan Hawke) entra in una delle più importanti banche cittadine e prende in ostaggio le impiegate Bianca (Noomi Rapace), Klara (Bea Santos) e l’ingenuo Elov (Mark Rendall), chiedendo in cambio la liberazione del criminale  Gunnar Sorensson (Mark Strong). Mentre in un crescendo di equivoci e situazioni grottesche le autorità guidate dal capo della polizia Mattsson (Christopher Heyerdahl) non sembrano riuscire a risolvere la situazione, gli ostaggi cominciano lentamente a solidarizzare con chi li ha sequestrati.

Budreau sceglie di raccontare uno dei fatti di cronaca nera più controversi e per certi versi, inquietanti degli anni ’70, come se fosse una dark comedy dei fratelli Coen o dell’inglese Martin McDonagh, (non a caso il film viene introdotto dai titoli di testa come “un’assurda storia vera”) fatta di personaggi bizzarri, come Hansson o il perfido capo Mattsson e sequenze al limite dell’assurdo, come quella in cui la serafica Bianca istruisce il marito su come preparare la cena ai figli mentre lei è tenuta prigioniera, puntando dunque sull’imprevedibilità degli eventi e sulla comicità surreale.

Il risultato è, però, così così. Il pur bravo Ethan Hawke non tiene la scena come avrebbe fatto un Jeff Bridges o un Javeir Bardem e, nonostante il buon lavoro dei comprimari (tra cui spiccano Heyerdahl e il Canadese Ian Matthews nel panni nel goffo poliziotto Vinter) il film risente di una Noomi Rapace che sembra recitare ingessata e di gag alquanto prevedibili, pur sfoggiando efficaci colpi di scena come quella del gas lacrimogeno.

Fratellinoo minore, anche troppo, di pellicole quali In Bruges e Fargo.

Andrea Persi

 

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