Red Zone 22-Miglia di Fuoco

[Voti: 1    Media Voto: 4/5]

Di Andrea Persi 

Quando in Allarme Rosso del compianto Tony Scott, Gene Hackman chiede a Denzel Washington se sia d’accordo con l’affermazione dello stratega prussiano Carl von Clausewitz secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, quest’ultimo risponde che sebbene la cosa sia vera, nell’era termonucleare la guerra può portare solo alla distruzione di entrambi le parti. Una verità che ha dato origine a quella che la Storia ricorda come Guerra Fredda e il Cinema come una miniera di pellicole di successo che continuano ancora oggi nonostante il mutamento degli scenari politici internazionali. Pur ambientando la sua pellicola ai giorni nostri, il regista Peter Berg  (Lone Survivor, Boston – Caccia all’uomo), qui assieme all’esordiente sceneggiatrice Lea Carpenter, il direttore della fotografia Jacques Jouffret (La trilogia de La notte del Giudizio) e quello delle musiche Joe Russo (tra le altre autore di quelle delle serie tv: Star Trek: Discovery  Santa Clarita diet) ha infatti scelto una spy story dal sapore retrò almeno per gli antagonisti in scena.

Frank Silva (Mark Wahlberg) è un pluridecorato agente della Cia che fa parte della segretissima Red Zone, comandata dall’esperto James Bishop (John Malkovich). Dopo il furto di un pericoloso materiale radioattivo, Silva e la sua squadra di cui fa parte anche Alice (Lauren Cohan), deve portare in salvo, percorrendo 22 miglia fino all’aeroporto, l’informatore Li Noor (Iko Uwais) in possesso di vitali informazioni per il recupero del carico. Ma potenti e spietati personaggi vogliono impedire il successo della missione.

Berg utilizza un plot non certo originale, Richard Donner lo usò nel 2004 con Solo 2 ore e Claudio Fragasso addirittura nel 1995 con Palermo – Milano solo andata, per confezionare un western metropolitano strutturato come un videogame, abbiamo perfino il computer che monitora i segni vitali dei protagonisti, a cui si aggiunge una discreta trama gialla con tanto di colpo di scena finale, funzionale a un possibile sequel e all’originale caratterizzazione del protagonista, ben diversa da quelle dei personaggi da pochade machista di Boston – Caccia all’uomo, rappresentato roccioso come Bruce Willis ma  indifferente, quasi spietato, verso il prossimo come lo Sherlock di Benedict Cumberbatch a causa di un mondo che non lascia il minimo spazio per “debolezze” quali la compassione o l’empatia.

Un bel thriller action-spionistico, pur senza i roboanti effetti speciali del più blasonato Mission Impossible, in cui l’unica cosa di cui avremmo fatto volentieri a meno è l’agghiacciante toupet di John Malkovich.

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