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Rimetti a noi i Nostri Debiti

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Di Andrea Persi 

Mentre sulla Croisette i suoi film vengono relegati tra quelli fuori concorso, con conseguente ritiro degli stessi dal prestigioso festival e pezzi grossi come Helen Mirren e Christopher Nolan paventano apocalittici rischi per il cinema, Netflix tira dritto e presenta il suo primo film originale italiano, diretto da Antonio Morabito (Il venditore di medicine), che stranamente sembra non aver trovato altri soggetti tra i produttori di casa nostra, forse troppo presi a festeggiare la reunion del duo comico Boldi e De Sica, interessati a produrlo.

Guido (Claudio Santamaria) è un ex tecnico informatico che cerca di sbarcare il lunario come magazziniere e che non ha nessuno se non un anziano ed eccentrico vicino di casa (Jerzy Stuhr, Il caimano, Habemus Papam) a cui è molto affezionato. L’improvvisa perdita del lavoro lo porta alla sofferta decisione di “vendersi” come riscossore alla finanziaria verso cui ha un grosso debito. Viene così affiancato all’esperto Franco (Marco Giallini) che lo istruisce sui metodi, che vanno dallo stalking alla violenza fisica, utilizzati per il recupero dei crediti.

In un mondo ancora più grigio e privo di speranza di quello de Il venditore di medicine, in cui al degrado materiale e anche fisico dei poveri corrisponde, a un ben più profondo degrado morale dei ricchi, il film racconta, utilizzando il soggetto del mentore e della recluta, proprio di pellicole quali Training day di Anthony Fuqua o Wall Street di Oliver Stone, peraltro citato in una delle sequenze finali, una nuova storia sul lato predatorio del capitalismo. Stavolta però alla disperazione dei protagonisti come motore delle loro azioni si aggiunge però un nuovo elemento: la rabbia. Se nel Venditore anche la cinica Isabella Ferrari era una poveretta, terrorizzata dall’idea di perdere il posto, qui il personaggio di Guido utilizza il suo nuovo “potere” per vendicarsi dei torti subiti in passato, mentre Franco gode nel vessare i debitori anche quando deve cancellarne le pendenze, esorcizzando l’inevitabile senso di colpa attraverso il possesso de beni materiale e la negazione delle sue cattive azioni, che non osa raccontare nemmeno in confessione e che nasconde alla famiglia.

Unica pecca del film, nobilitato oltre che dall’interpretazione dei protagonisti da interessanti riflessioni sulla coscienza e sul potere del denaro, enfatizzati, nelle scene surreali come il “tampinamento” degli inadempienti, dall’utilizzo dei canti liturgici, è una certa freddezza narrativa che rende la storia e incapace di trasmettere emozioni anche nelle sequenza di maggiore drammaticità .

Nel complesso, comunque un film interessante su un tema attuale che, parafrasando Bill Paxton in Titanic, ci fa sorgere la domanda perché avremmo dovuto accontentarci di vederlo al cinema per quindici giorni in qualche sala di periferia, quando possiamo godercelo tutte le volte le vogliamo in streaming?

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