Robin Hood L’origine della Leggenda

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Di Andrea Persi 

Nel 1971 lo storico britannico Eric John Ernest Hobsbawm catalogò le 9 caratteristiche del ladro gentiluomo  ossia: 1) la sua carriera non inizia come autore di un delitto, ma come vittima di un’ingiustizia (alla Mel Gibson, per capirci); 2) raddrizza i torti (ovvio); 3) sottrae al ricco per dare al povero (e quando il povero diventa ricco???); 4) uccide solo per difesa o per legittima vendetta (non è seguace del lato oscuro, insomma); 5) se non muore torna nella comunità come cittadino onorato (quindi niente eroe che cavalca verso il tramonto); 6) è amato e ammirato dai suoi seguaci; 7) se muore è solo perché è stato tradito (archetipo piuttosto evangelico); 8) è invulnerabile (vabbé, questo pure Vin Diesel); 9) non è contro l’autorità, ma solo contro i suoi rappresentanti corrotti (elemento quest’ultimo molto salgariano nel quale i nemici di Sandokan erano spesso usurpatori o criminali).

Evidente, comunque, che Hobsbawm nella sua elencazione si riferisse al ladro gentiluomo per antonomasia, ossia all’infallibile arciere Robin Hood, il cui mito anche al cinema resiste nonostante il proliferare di eroi tormentati o antieroi degli ultimi anni. A portare il mito delle leggende inglesi sul grande schermo è ora il regista televisivo Otto Bathurst (Black Mirror, Criminal Justice) con la sceneggiatura scritta da Ben Chandler e David James Kelly, la fotografia a cura di Ben Chandler, George Steel (The Woman in Black 2 – L’angelo della morte e la miniserie Guerra e Pace) e le musiche composta da Joseph Trapanese (Insurgent, La battaglia di Jadotville).

Dopo quattro anni di lontananza, passati a combattere nella Terza Crociata, il giovane nobile inglese Robin di Loxley (Taron Egerton) fa ritorno a casa dove trova le sue terre confiscate dal perfido sceriffo di Nottingham (Ben Mendelsohn) e la sua amata Marian (Eve Hewson) che lo credeva morto, fidanzata con un altro uomo (Jamie Dorman). Resosi conto delle ingiustizie a cui è sottoposto il popolo Robin aiutato da guerriero saraceno John (Jamie Fox) darà inizio a una rivolta contro lo sceriffo e il potente Cardinale (F. Murray Abraham).

Dopo gli animali antropomorfi della Disney, il principe dei ladri di Costner e gli esilaranti uomini in calzamaglia di Mel Brooks, Bathurst sceglie una versione “post-moderna” del mito di Sherwood, ambietata in un medioevo che sembra uscito da Hunger Games, in cui polvere da sparo, stampa a caratteri mobili e archi usati come mitragliatori (se non come bazooka) spadroneggiano sulla scena in barba al minimo realismo sia storico che logico-narrativo e in cui cristiani e saraceni si massacrano in città diroccate della Terra Santa in scontri degni di American Sniper ma poi uno di loro gironzola allegramente in mezzo agli inglesi come se nulla fosse. Fortunatamente la consapevolezza dell’intento fumettistico della pellicola la salva dall’imbarazzante autocompiacimento del King Arthur di Guy Ritchie, lasciando che il film si sforzi soltanto di intrattenere senza preoccuparsi di dare spessore a una storia nata proprio per non averne.

In un cast in cui solo Egerton e Mendelsohn sembrano sapere quello che stanno facendo, la Hewson e Dorman si aggirano per la scena espressivi quanto una betulla nel deserto dei Gobi mentre “il monco” Jamie Fox tenta alla disperata di imitare la classe l’ironia di mitico Morgan Freeman e del suo Azim.

Qualche scena d’azione ben girata, come quella iniziale o quella dell’assalto alla tesoreria, salvano il film dal tedio più totale. Per il resto: “aridatece Bellosguardo!!!!”

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