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Agosto 20, 2019
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Roma: viaggio nell’Amarcord di Cuaron

A cinque anni di distanza da Gravity, Alfonso Cuaron  ritorna a Venezia75 con un film intimo e personale  (lo si  può evincere dal controllo totale che ha avuto del progetto, regia montaggio e fotografia) dove a dominare è il  bianco e nero. La vita e la morte.  La dolcezza e la violenza. Roma  è tutto questo e di più, è un’opera che ti avvolge nel vero senso della parola attraverso la sua magniloquente potenza visiva. Il regista racconta sé stesso attraverso la storia di Cleo, una domestica al servizio di una famiglia borghese a Città del Messico. Siamo a cavallo tra il 1970 e 71,  i posti sono sporchi e degradati ma al tempo stesso risplendono d’amore (e morte). Un bianco e nero luminoso, poco contrastato ricrea alla perfezione quell’ambiente tanto caro al regista. Roma è un film sull’importanza dei legami familiari, sul tempo che passa (l’acqua che scorre, simbolo della fluidità del tempo), su donne fragili che prendono coscienza di sé stesse (abbandonate da tutti) e di uomini senza onore. Radicale la frase,  “Alla fine siamo sempre sole” . Ognuno alla fine lotta per sé stesso, alcuni facendo pure scelte egoistiche (vi lascio scoprire chi sono). Il film è curatissimo sotto ogni aspetto, colpisce ed emoziona in più momenti (memorabile la sequenza al bosco, durante l’incendio). Abbiamo quindi un serio candidato al Leone d’oro. Accanto alla forma eccelsa abbiamo molta sostanza, un respiro proprio di film di altri tempi,  ampio ed estremamente coinvolgente nel raccontare l’epica del quotidiano dove a contare sono i piccoli gesti. Memorabili le scene di massa e le loro coreografie ma a colpire di più sono proprio i momenti intimi, da cui trasuda tutto l’amore del regista verso la famiglia e la terra che l’hanno cresciuto.

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