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23 Gennaio, 2020
Musica

Rubrica “L’artista della domenica” – Pino Daniele

Il nostro appuntamento odierno capita il giorno dopo l’anniversario della sua prematura scomparsa, quindi è doveroso parlare di lui: Pino Daniele.

 

Il cantautore partenopeo, chitarrista di formazione blues, è stato, a cavallo degli anni settanta e ottanta, uno dei musicisti più innovativi del panorama italiano. In oltre quarant’anni di carriera ha collaborato con numerosi artisti di prestigio, nazionali ed internazionali, che ne serbano un vivo ricordo.

La sua tecnica strumentale e compositiva è stata influenzata dalla musica rock, dal jazz di Louis Armstrong, dal chitarrista George Benson e soprattutto dal blues, in una sintesi fra elementi musicali e linguistici assai differenti, interpretati con vena del tutto personale e creativa. La sua passione per i più svariati generi musicali ha dato origine a un nuovo stile da lui stesso denominato “tarumbò”, a indicare la mescolanza di tarantella e blues.

Nato nel Quartiere Porto di Napoli, Pino Daniele era il primogenito di sei figli di un lavoratore portuale. Secondo quanto dichiarato da un amico d’infanzia, le condizioni economiche della famiglia erano così indigenti che da bambino non riuscì neppure a comperarsi l’annuale foto scolastica. Dopo i primi anni trascorsi nel basso dov’era nato, il piccolo Daniele andò ad abitare in Piazza Santa Maria La Nova a casa di due zie acquisite, Lia e Bianca, che gli poterono offrire una sistemazione decorosa. Frequentò le scuole elementari presso l’istituto Oberdan, dove ebbe come compagno di classe Enzo Gragnaniello. Profondamente appassionato alla musica fin da piccolo, si esibì per la prima volta a dodici anni in una festa di bambini, incappando in una stecca vocale. Frequentò l’Istituto Armando Diaz di Napoli dove si diplomò in ragioneria, e imparò a suonare la chitarra da autodidatta, assorbendo dall’ambiente di contestazione sociale del Sessantotto molte delle dinamiche che ne guidarono l’espressione artistica negli anni successivi.

Pino Daniele esordì in un complesso chiamato New Jet, fondato con il suo compagno di classe Gino Giglio, in cui rimase per breve tempo, ma le prime significative esperienze di composizione ed esecuzione in gruppo si concretizzarono con la fondazione del complesso musicale Batracomiomachia, insieme a Paolo Raffone, Rosario Jermano, Rino Zurzolo, Enzo Avitabile ed Enzo Ciervo. 

Oltre ad essere l’anno delle prime esperienze professionali come musicista, il 1976 fu anche l’anno di un importante evento per la vita e la maturazione artistica di Daniele. Il giovane chitarrista entrò a far parte come bassista dei Napoli Centrale, ensemble partenopeo di primissimo piano nella quale spicca il nome di James Senese. Il sassofonista napoletano avrebbe in seguito contribuito in modo rilevante alla crescita musicale di Pino Daniele[20] e alla realizzazione di alcuni dei primi album dell’artista come Pino Daniele (1979), Nero a metà (1980) e Vai mo’ (1981).

Nel 1977  fu pubblicato l’album d’esordio Terra mia. La cifra stilistica dell’artista in questo primo lavoro era espressione di un profondo legame con la tradizione partenopea e mediterranea sia per le sonorità che per i testi, i quali riprendono e reinterpretano canti e usanze popolari napoletane. Pur essendo il primo lavoro di Daniele, l’album contiene numerosi brani che negli anni successivi assursero ad un ruolo iconico, caratterizzando fortemente l’identità dell’artista. Tra quelli maggiormente noti vanno certamente ricordati Terra mia, Suonno d’ajere, ‘Na tazzulella ‘e cafè, Libertà e soprattutto Napule è, composta a soli diciotto anni.

Gli anni settanta si chiusero con la pubblicazione dell’album Pino Daniele, nel quale il cantautore si distaccò maggiormente dalle influenze della musica partenopea per abbracciare sonorità di esplicita derivazione blues. Nell’album spiccano numerosi brani divenuti successivamente classici della sua produzione, come Je so’ pazzo, Je sto vicino a te, Chi tene ‘o mare (con James Senese nuovamente al sassofono), Putesse essere allero, Basta na jurnata ‘e sole e Donna Cuncetta.

Il 27 giugno 1980 Pino Daniele suonò in apertura del concerto milanese tenuto da Bob Marley allo Stadio San Siro, davanti a circa 80.000 persone. Nello stesso anno arrivò la pubblicazione dell’album Nero a metà, nel quale manifestò in maniera matura il nuovo sound napoletano, un latin blues costruito su sonorità tipicamente mediterranee. ll 19 settembre 1981 Daniele tenne un grande concerto in Piazza del Plebiscito a Napoli di fronte a duecentomila persone, accompagnato sul palco da Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito, James Senese, una formazione tutta partenopea che lo stesso anno partecipò al quarto album Vai mo’. In questo contesto si andava definendo il cosiddetto “Neapolitan Power” (letteralmente: energia napoletana), all’insegna dell’innovazione artistica in seno alla tradizione campana, con richiami preponderanti a blues, jazz, funk e rock. Tale miscela musicale è riscontrabile nei brani Yes I Know My Way, Viento ‘e terra, Have You Seen My Shoes e Notte che se ne va.

Nel 1982 cominciarono le prime grandi collaborazioni con musicisti di fama internazionale. L’album di quell’anno, Bella ‘mbriana, è forte dei contributi di Alphonso Johnson al basso e soprattutto Wayne Shorter al sassofono soprano, entrambi provenienti dallo storico gruppo Weather Report. Nel 1983 incise e produsse l’album Common Ground, in collaborazione con Richie Havens e partecipò con due brani all’album Apasionado di Gato Barbieri. Di nuovo sul palcoscenico, il 24 giugno 1984 aprì l’esibizione milanese di Carlos Santana e Bob Dylan. Il lavoro in studio di registrazione diede origine nello stesso anno all’uscita di Musicante, nel quale confluiscono le sonorità mediterranee, le melodie cantilenanti di impronta araba, i ritmi brasiliani scanditi dalle percussioni di Naná Vasconcelos e i fiati dell’ex King Crimson Mel Collins e che costituisce perciò il primo passo in direzione della world music.  Il prolifico decennio si chiuse con la pubblicazione dell’album Mascalzone latino, nome che anni più tardi riprese l’omonimo team velico partecipante alle regate dell’America’s Cup. Il brano d’apertura Anna verrà (dedicata all’attrice Anna Magnani) fu uno dei primi composti dall’artista interamente in italiano.

Dal 1990 e per molti mesi, Pino Daniele ridusse sensibilmente il numero dei suoi concerti per ragioni di salute. Un anno più tardi si presentò nuovamente sul mercato discografico presentando l’album Un uomo in blues, il quale vide un ritorno a impostazioni blues e all’uso preminente della chitarra elettrica, evidente nel brano ‘O scarrafone. Nello stesso anno esce l’album Sotto ‘o sole, con i brani Quando e O ssaje comme fa ‘o core. Nel 1992 il cantautore fece una delle sue rare apparizioni televisive, partecipando insieme al fraterno amico Massimo Troisi al programma Alta classe condotto da Gianni Minà. Daniele e Troisi, entrambi da tempo sofferenti di cuore, erano legati da una profonda amicizia, e in quella occasione diedero luogo ad una serie di gag, scherzando sul loro modo di collaborare.

Agli inizi degli anni novanta la vita sentimentale del musicista ebbe una svolta. Dopo aver divorziato da Dorina Giangrande (corista negli album Terra mia e Un uomo in blues), da cui aveva avuto due figli, nel 1991 si risposò con Fabiola Sciabbarrasi con cui ebbe due figlie (alle quali dedicò i brani Sara e Sofia sulle note, presenti rispettivamente in Medina e Passi d’autore) e un figlio.

Dal 1993 l’artista ritornò a esibirsi regolarmente dal vivo. Il 22 e 23 maggio dello stesso anno fu sul palco a Cava de’ Tirreni in due concerti che vennero successivamente registrati e pubblicati nell’album dal vivo E sona mo’. Nello stesso anno pubblicò il dodicesimo album, Che Dio ti benedica, dove si registrò l’ultima collaborazione con l’amico Troisi, coautore del testo del brano T’aggia vede’ morta. Il disco presentò collaborazioni con artisti di calibro come il jazzista Chick Corea. Nel 1994 fu protagonista di una tournée condivisa insieme a Eros Ramazzotti e Jovanotti, in uno spettacolo dove tre artisti con stili e influenze differenti si esibivano in set separati, ma che a turno si confrontavano in intermezzi musicali intervenendo nei brani di ognuno dei tre. Un anno più tardi, assieme al collega Pat Metheny, diede vita ad un nuovo tour toccando numerose città d’Italia quali Roma (stadio Olimpico), Reggio Emilia (festival dell’Unità), Torino (Palastampa), Cava de’ Tirreni e Milano (al Forum di Assago).

La consacrazione commerciale arrivò con i due album successivi: Non calpestare i fiori nel deserto (1995) e Dimmi cosa succede sulla terra (1997). Con il primo disco, trascinato dal singolo di lancio Io per lei, vendette oltre 800.000 copie, risultando tra gli album più venduti del 1995 in Italia con sei settimane al numero uno in classifica, di cui cinque consecutive, oltre a fargli ottenere la Targa Tenco come miglior album dell’anno. Il seguente Dimmi cosa succede sulla terra avrebbe fatto ancora meglio, conquistando dieci dischi di platino e risultando il disco più venduto in Italia per otto settimane consecutive. Il disco gli valse la trionfale vittoria al Festivalbar 1997, nella finalissima svoltasi proprio a Piazza del Plebiscito nella sua Napoli, e il musicista si aggiudicò sia il premio per il miglior album che quello per il miglior singolo con il brano Che male c’è. Nel settembre dello stesso anno il bluesman è ospite del collega Zucchero Fornaciari in una data all’Arena di Verona del Bluesugar World Tour Mondiale: i due si riappacificano dopo alcuni battibecchi dei mesi precedenti.

Le contaminazioni con la tradizione musicale nordafricana si sarebbero fatte preponderanti nel successivo album di inediti Medina, pubblicato nel febbraio del 2001. Il lavoro vide la partecipazione del maliano Salif Keïta, del franco-algerino Faudel, del turco Omar Farouk Tekbilek, del tunisino Lotfi Bushnaq e dei 99 Posse. Con l’album Passi d’autore del 2004 il cantautore abbandonò la ricerca di sonorità mediterranee virando verso altri lidi. L’opera sperimentale si giovò della presenza del Peter Erskine Trio, essenziale a dare una coloritura jazz a diversi brani che si alternano a composizioni dal sapore barocco nel quadro di un’opera di riscoperta da parte di Pino Daniele dei madrigali cinquecenteschi.

Nel 2008 si unì ai vecchi amici Tullio De Piscopo, James Senese, Tony Esposito, Joe Amoruso e Rino Zurzolo, in nome di una sorta di rifondazione, a distanza di anni, del “Neapolitan Power”. Con tale formazione, potenziata dalla presenza di Chiara Civello e di Al Di Meola, realizzò un triplo CD con quarantacinque brani, tra vecchi successi riarrangiati, versioni originali e alcuni inediti.  L’8 luglio 2008 Daniele tornò a esibirsi nella “sua” Piazza del Plebiscito per un trionfale concerto a cui parteciparono numerosi ospiti (tra gli altri Giorgia, Irene Grandi, Avion Travel, Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio). L’evento fu trasmesso in diretta televisiva, e fu seguito dalla pubblicazione su DVD, avvenuta il 22 gennaio 2013. In quella occasione, e diversamente dall’accoglienza tributata agli altri ospiti della serata, D’Alessio fu sonoramente fischiato dal pubblico al suo apparire sul palco per eseguire con Daniele il brano ‘O scarrafone.

La sera del 4 gennaio 2015, Pino Daniele, da tempo sofferente di seri problemi cardiaci, ha avuto un infarto presso la sua casa di Orbetello in Toscana. Giunto all’ospedale Sant’Eugenio di Roma, dopo vani tentativi di rianimazione, il decesso viene dichiarato alle 22:45. La sua scomparsa ha provocato forti risposte emotive soprattutto a Napoli, dove una folla di circa 100.000 persone si è riunita in Piazza del Plebiscito la sera del 6 gennaio per commemorarlo cantando le sue canzoni. I funerali si sono svolti in due tappe distinte: la mattina del 7 gennaio 2015 al Santuario della Madonna del Divino Amore a Roma e la sera in Piazza del Plebiscito nella sua città natale, con una cerimonia svolta all’aperto officiata dal Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe a cui hanno partecipato circa centomila persone. La morte dell’artista ha, inoltre, generato nel mondo della musica e dello spettacolo numerosi ricordi di amici e colleghi tra i quali: Eric Clapton, Zucchero Fornaciari, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Roberto Vecchioni, Vasco Rossi, Luciano Ligabue e altri ancora. Dal 12 al 22 gennaio 2015, l’urna contenente le ceneri di Pino Daniele è stata esposta nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino a Napoli, per consentire alla città di rendere omaggio all’artista scomparso. L’urna è stata successivamente trasferita nel cimitero di Magliano in Toscana per esservi tumulata. Verso la fine di settembre 2015, la città di Napoli ha reso omaggio al cantautore dedicandogli una via presso le vicinanze della sua casa natale. Il 4 gennaio 2016, nel primo anniversario dalla morte, la Rai gli ha dedicato uno speciale.[94] In seguito il 29 giugno del 2016, si è inaugurato presso il Museo della pace – Mamt, un’esposizione permanente chiamata Pino Daniele Alive, dedicato al cantautore napoletano. A tre anni dalla morte il 14 maggio 2018 è stato pubblicato il singolo inedito Resta quel che resta. Il 7 giugno dello stesso anno l’artista viene ricordato con un concerto omaggio tenuto presso lo Stadio San Paolo di Napoli, durante il quale hanno preso parte artisti come Biagio Antonacci, Eros Ramazzotti, Jovanotti, Antonello Venditti, Giorgia, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia, Massimo Ranieri e Tullio De Piscopo, oltre alle band storiche di Vai mo’ e Nero a metà. Nel 2019, durante la seconda serata del 69º Festival di Sanremo, ha ricevuto il premio alla carriera e alla memoria, ritirato dalle due figlie.

Nel mese di ottobre dello stesso anno Poste Italiane ha emesso un francobollo in memoria del cantautore napoletano.

 

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