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Agosto 20, 2019
Recensioni

Serenity

Il noir ha una madre americana, un padre francese e un nonno tedesco. Questa bizzarra affermazione vuole semplicemente dire che il genere che ha avuto tra le sue opere più rappresentative classici come la Fiamma del peccato e L’infernale Quinlan è nato negli Stati Uniti,durante il periodo successivo alla Grande Depressione quando la sfiducia e la disillusione erano molto forti, ha preso questo nome in Francia, quando le pellicole d’oltreoceano arrivarono alla fine della seconda guerra mondiale e si rifà visivamente, tramite l’utilizzo del chiaroscuro e le inquadrature oblique, al cinema espressionista tedesco. I personaggi, invece, sono spesso alquanto stereotipati: il protagonista, di solito un antieroe che però conserva una personale etica, la donna di cui si innamora, la famosa femme fatale, spesso ambigua e manipolatrice e l’antagonista, solitamente violento e senza scrupoli. Un tipo di noir molto particolare che “rompe”, ma allo stesso tempo utilizza, i canoni del genere è questa pellicola diretta e sceneggiata da Steven Knight (Locke), per la fotografia di Jess Hall (Trascendence, Hot Fuzz) e le musiche di Benjamin Wallfisch (Blade Runner 2049, It)

Sull’idilliaca Plymouth Island, il veterano Baker Dill (Matthew Mcconaughey) si è ritirato a fare il pescatore, aiutato dall’amico Duke (Djimon Hoiunsou) dopo che la moglie Karen (Anne Hathaway) lo ha abbandonato, portandosi via loro figlio Patrick (Rafael Sayegh), per risposarsi col ricco e perverso Frank (Jason Clarke). Un giorno, il destino sembra offrire una seconda chance a Baker, il quale però si renderà molto presto conto, in un crescendo di situazioni sempre più inquietanti e pericolose, di essere coinvolto di un grande inganno.

Un noir, come si è accennato, inusuale in cui, pur nella convenzionalità dei personaggi talmente marcata da essere volutamente sopra le righe (il che però non evita ad Anne Hathaway di essere “femme fatale” quanto Lino Banfi in Belli Freschi) l’ambiguità della storia, in bilico tra Revenge di Tony Scott e Vanilla Sky di Cameron Crowe, è tale da sfociare, grazie anche ad un utilizzo quasi ipnotico dell’allitterazione dei dialoghi e ai movimenti di macchina attorno ai protagonisti, nel surreale. Ne viene fuori, grazie anche alla consueta presenza scenica di Mcconaughey un film intrigante, ma dalla scarsa tenuta che si sfalda dopo che verso la metà del racconto il regista incautamente svela al pubblico la maggior parte dei retroscena e che da quel punto in poi gira a vuoto fino a un’avvilente finale “all’americana”, celebrativo del fine che giustifica i mezzi.

Nato con l’idea di sfruttare i canoni del genere per creare qualcosa di nuovo, il film, invece, rimane fatalmente vittima delle spinte più commerciali e tradizionaliste del Cinema hollywoodiano. Un’occasione persa.

Andrea Persi

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