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Sette Minuti Dopo La Mezzanotte

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Di Andrea Persi 

Esce il 18 maggio, dopo aver trionfato ai premi Goya (gli Oscar spagnoli) la terza pellicola del regista Juan Antonio Bayona. Un racconto in chiave fantasy sul dolore e sul coraggio, molto ben recitato da un ottimo cast.  

Grandi o piccoli che si sia a farci amare le fiabe o più in generale il fantasy non è tanto il lieto fine, quanto piuttosto tutte le difficoltà che gli eroi devono affrontare prima di giungervi, perché ci permettono di affezionarci a loro. Pensiamo, ad esempio, a cosa sarebbe il capolavoro di Wolfgang Petersen, La storia infinita, senza la scena della palude tra Atreyu e il suo cavallo Artax o a quella in cui il ragazzo ha il suo ultimo incontro col Mordiroccia. Consapevoli di tale inclinazione dello spettatore, a metà tra il sadismo e la compassione, il fantasy cinematografico più recente, come il Signore degli Anelli o i tre film de Le cronache di Narnia, ha cercato di rendere, con esiti a volte poco convincenti, specie del caso delle opere di C.S. Lewis, più cupe le riduzioni cinematografiche dei famosi libri. Stessa operazione è stata compiuta anche sul piano letterario, pensiamo alla saga di Harry Potter o a quella de Il trono di spade che hanno tolto al lettore la sicurezza che gli eroi, anche metaforicamente, non sanguinino o non commettano azioni discutibili, come succede nella vita reale.

E di ferite emotive e delle loro conseguenze si occupa anche questa terza opera, dopo The orphanage e Impossibile (entrambi disponibili sulla piattaforma digitale Netflix), dello spagnolo Juan Antonio Bayona, tratta da un libro scritto a quattro mani da Patrick Ness (qui anche sceneggiatore) e Siobhan Dowd ed edita da Mondadori, alla quale hanno collaborato, come già in Impossibile, alla fotografia Oscar Faura (The imitation Game e il sequel di Jurassic World), alle scenografie Eugenio Caballero (Il labrinto del fauno Resident Evil: extinction) e alle musiche Fernando Velázquez (Crimson Peak, Colonia).

Conor (Lewis Macdougall) ha di 12 anni e abita in una grigia cittadina industriale dell’Inghilterra assieme alla madre (Felicity Jones) la quale, nonostante la grave malattia da cui è affetta, rappresenta per il ragazzo l’unico fonte di gioia in una vita senza amici, in cui è vittima dei bulli e dove soffre per l’assenza del padre (Toby Kebell) e la freddezza della nonna materna (Sigourney Weaver). Una notte un mostro (Liam Neeson), sbucato dall’enorme albero di tasso che il giovane vede dalla finestra della sua camera, gli dice che gli racconterà tre storie e che dopo averle ascoltate toccherà a lui raccontargliene una che dovrà essere molto speciale. Da principio intimorito, Conor accetta la proposta della creatura, dando così inizio a un viaggio emotivo e spirituale che lo condurrà a confrontarsi con le sue angosce più profonde.

Come si può notare immediatamente, la storia ricorda da vicino il capolavoro di Benicio del Toro, amico di Bayona e produttore del suo primo film, Il labirinto del fauno (anch’esso presente su Netflix) per la trama che racconta di un ragazzo infelice che entra in contatto con una creatura magica (in questo caso ispirata, come del resto anche gli Ent di Tolkien, all’Uomo Verde delle leggende anglosassoni che simboleggia la fertilità ma anche l’immutabilità e quindi la saggezza), forse sua amica o forse no, che lo accompagna attraverso un percorso iniziatico in cui, pensiamo alla scena della “devastazione”, fantasia e realtà si avvinghiano tra loro, proprio come succede al protagonista con i rampicanti del Mostro quando deve ascoltare una delle sue storie, in una maniera sempre più stretta e ambigua per lo spettatore, disorientato dalle misteriose intenzioni della creatura che vive nell’albero, ma anche da quali siano i reali sentimenti del ragazzo, scopritore di un mistero, ma mistero egli stesso, sebbene appaia subito chiaro che, a differenza della giovane Ofelia che spera che il fauno la porti nel suo mondo fiabesco Conor vorrebbe piuttosto che il Mostro risolvesse i problemi della sua vita. Una differenza, questa, non di poco conto, che si riflette in modo evidente sulla storia che risulta più saldamente ancorata nel nostro mondo rispetto al Labirinto, sia dal punto di vista narrativo, qui il mondo magico e quello umano non sono due universi alternativi tra cui il protagonista si muove, ma il primo, attraverso i bizzarri racconti del mostro, diventa una sorta di lente d’ingrandimento per il secondo, che sotto l’aspetto tecnico, attraverso una resa scenica ben lontana dalla visionaria complessità di Del Toro. Le prime due storie del Mostro, infatti, sono narrate attraverso disegni animati simili a quelli del racconto dei tre fratelli in Harry Potter e i doni della Morte mentre la terza è addirittura una semplice e breve narrazione orale.

In questa atmosfera “neorealista”, il fantastico sembra riuscire a fare capolino solo di tanto in tanto e unicamente per aumentare l’ambiguità della storia, si veda la scena in cui Conor e sua madre parlano dell’albero di tasso vicino alla loro casa, mentre l’orologio segna le 17:02, orario anagrammatico dei fatidici sette minuti dopo mezzanotte (o anche dopo mezzogiorno visto il modo in cui l’ora viene indicata nel Regno Unito) il cui il Mostro si manifesta e, in questo contesto, la creatività dello scenografo Caballero e della decoratrice Pilar Revuelta (anche lei nel cast tecnico de Il labirinto del fauno) viene messa al servizi non della creazione un universo onirico e mistico, ma piuttosto per modellare gli ambienti allo scopo di meglio sottolineare lo stato d’animo del protagonista il cui percorso emotivo, e le ragioni che lo guidano, divengono centrali nella narrazione. Così la modesta casa materna è un ambiente disordinato e variopinto che trasmette calore, mentre quella della nonna è un luogo freddo e angoloso dove i mobili più grandi del normale sembrano sovrastare il ragazzo. Sebbene limitato alla creazione del Mostro animatronico l’impegno tecnico rimane comunque notevole, tanto che la creatura risulta certamente superiore all’irritante e narcolettico Barbalbero di Peter Jackson, grazie anche all’inimitabile voce di Liam Neeson che speriamo non resti nuovamente vittima di qualche doppiaggio scriteriato come quello della nella versione italiana de Il leone, la strega e l’armadio in cui Aslan parlava (o almeno ci provava) con la voce del compianto Omar Sharif.

Nell’ottimo cast, tra cui va menzionata, in un piccolo cameo, l’immancabile attrice portafortuna di Bayona Geraldine Chaplin, spiccano soprattutto il giovane Lewis Macdougall che già nel piccolo ruolo in PanViaggio sull’isola che non c’è aveva dimostrato un notevole talento tanto da rubare la scena al protagonista Levi Miller e Felicity Jones in un inedito ruolo materno. Entrambi, infatti, ben esprimono, anche nella scena ispirata al dialogo tra Debra Winger e il figlio maggiore in Voglia di tenerezza, quel rapporto madre-figlio tanto caro al regista catalano di cui abbiamo già potuto ammirare un altro commovente esempio in Impossible, con la bravissima accoppiata formata da Naomi Watts e il neo Spiderman Tom Holland.

Più che una favola horror, dunque, un racconto di formazione in chiave dark che ci insegna che trovare il coraggio e la sincerità per affrontare le nostre paure e i nostri sentimenti a volte è già di per se stesso un lieto fine.

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