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Ottobre 16, 2019
Recensioni

Slender Man

Di Andrea Persi

Quel fotomontaggio non solo fece vincere il premio al suo ideatore ma segnò la nascita di una creatura oscura la cui complessa mitologia, alimentata, come le leggende antiche, dai suoi stessi fan si è diffusa in maniera virale attraverso il web, dando vita a videogame, racconti (i famosi creepypasta), corti e lungometraggi, improbabili personaggi derivati (come il fratello modaiolo Trender  man e la sexy  Slender Woman) e, purtroppo, a episodi di cronaca nera come il tentato omicidio della dodicenne Payton Leutner a opera di due sue coetanee, intenzionate a sacrificarla all’uomo in nero, il quale ora sbarca al cinema, dopo un semisconosciuto film di 2 anni fa, in una nuova pellicola diretta  Sylvain White, con la sceneggiatura di David Birke (Elle), la fotografia di Luca Del Puppo (Mercy), gli effetti speciali di Donnchadh Gaf Condon e le musiche di Brandon Campbell e Ramin Djawadi (Il mai nato, Warcraft – l’inizio).

In una cittadina di provincia del Massachusetts le amiche Wren (Joey King), Hallie (Julia Goldani Telles), Chloe (Jaz Sinclair) e Katie (Annalise Basso), evocano per gioco la lugubre entità Slender Man, finendo così  in un incubo che sconvolgerà la loro mente e le loro vite.

Come il suo quasi omologo illusionista (il nostro mago Silvan), Sylvain White riesce, senza nemmeno usare un sim sala bim, a far sparire dal suo film qualunque spunto interessante o pauroso, cercando, senza nemmeno sforzarsi troppo di nasconderlo, di lucrare sull’aspettativa dei fan per giustificare una pellicola più vuota di un campeggio dopo il passaggio di Jason Voorhees di Venerdì 13 che procede per un’ora e mezza rigurgitando i soliti stereotipi dei teen-movie americani, con le liceali amiche per la pelle una delle quali innamorata del fico della scuola e le cui famiglie, per motivi via via sempre più improbabili, non stanno lì a rompergli le scatole mentre escono nel cuore della notte o si dilettano con la magia nera. Tra dozzinali citazioni\scopiazzature di pellicole ben più riuscite (abbiamo perfino il video alla The ring da vedere comodamente seduti nel salotto di casa e rigorosamente al buio perché in questo tipo di horror l’intelligenza è un optional) cinici richiami ai già citati fatti di cronaca e il povero Slendy ridotto a ruolo di comparsa nell’unico paio di scene, quella della biblioteca di “ITtiana” memoria e quella dell’ospedale,  vagamente interessanti, la storia arranca, di sbadiglio in sbadiglio, fino al suo liberatorio (per chi lo guarda) epilogo, lasciando aperto lo spiraglio di un sequel, che difficilmente potrà essere peggiore, anche se mai dire mai.

I miti, anche quelli figli della rete, vanno senz’altro trattati meglio.

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