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Giugno 19, 2019
Recensioni

Soldado

Di Andrea Persi 

Nel 1971 il regista e sceneggiatore Franco Ferrini pubblicò un articolo in cui illustrava le caratteristiche del western all’italiana, volgarmente detto spaghetti western, rispetto al western classico. Più violenza e cinismo, meno storie d’amore e più spazio all’amicizia virile tra i protagonisti, un ruolo più importante affidato alla colonna sonora, maggiore realismo nelle ambientazioni e, soprattutto, un protagonista che invece di essere un paladino senza macchie è piuttosto un antieroe senza scrupoli, ma dotato con un suo personalissimo codice etico. La filmografia recente, vedi il remake de Il Grinta dei fratelli Coen ma non solo, ci dimostra che il western all’italiana non può più essere considerato un sottogenere ma è divenuto una vera e propria evoluzione del western classico, trasportato anche in ambientazioni contemporanee. Questo è il caso della trilogia sulla moderna frontiera Americana, creata da Taylor Sheridan (I segreti di Wind River) iniziata con Sicario e che prosegue ora con questa pellicola diretta dal nostro Stefano Sollima (Suburra, Romanzo Criminale – la serie), per la sceneggiatura del già citato Sheridan, la fotografia di Dariusz Wolski (The walk, Tutti i soldi del mondo) e le musiche della compositrice svedese Hildur Guðnadóttir (Maria Maddalena).

Dopo un sanguinoso attacco terroristico, il governo degli Stati Uniti sospetta che gli attentatori siano penetrati nel Paese passando per la frontiera col Messico grazie alla connivenza dei cartelli della droga locali e incarica l’agente della Cia Matt Graver (Josh Brolin) di scatenare una guerra tra le bande per indebolirle. Graver mette dunque assieme un gruppo di esperti combattenti tra cui il sicario Alejandro Gillick (Benicio Del Toro). Nel frattempo il giovane Miguel (Elijah Rodriguez) viene introdotto nel traffico di esseri umani attraverso il confine messicano-statunitense.

Ai già citati canoni del genere, Sollima aggiunge il suo stile narrativo fatto di gestualità, silenzi e primi piani, spesso più eloquenti dei dialoghi e una storia articolata che, snodandosi attraverso le due sottotrame dei mercenari e del “coyote” Miguel, coinvolge lo spettatore in una narrazione serrata e ricca di colpi di scena, qualcuno in verità piuttosto forzato, in questo universo di frontiera dove automobili ed elicotteri sostituiscono i cavalli e le armi automatiche le colt, in cui la barbarie sembra essere, salvo qualche isolato sprazzo di compassione, l’unica regola di vita dei protagonisti, siano essi soldati di ventura, trafficanti, o rispettabili uomini di Stato a dove l’insistente e cupa musica strumentale della scandinava Guðnadóttir ne è il degno contrappunto, quanto quella più picaresca di Ennio Morricone lo era ai film di Sergio Leone.

Il “povero” Sollima si dimostra all’altezza del “principe” Villeneuve, regista del primo capitolo, dando prova che il nostro Cinema, similmente allo spaghetti western, non è un sottogenere di quello hollywoodiano.

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