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Aprile 6, 2020
Recensioni

Sorry We Missed You

Uno dei più grandi conflitti rappresentati dal Cinema è stato quello tra l’uomo e la società capitalistica. Chaplin (Tempi Moderni), Tati (Mon Oncle), Petri (La classe operaia va in paradiso), Stone (Wall Street), Michael Moore (Capitalism – a love Story) hanno tutti cercato raccontare, in modo più o meno crudo, dell’alienazione dell’uomo causata dalla vita moderna incentrata sul lavoro e la produttività.

Nel Regno Unito un cineasta estremamente sensibile a questa tematica è stato Ken Loach che ora ci racconta la storia, sceneggiata dal collaboratore di lunga data Paul Laverty, per la fotografia di Robbie Ryan (La favorita, Storia di un matrimonio) e le musiche di George Fenton (The Zero Theorem – Tutto è vanità, Un uomo tranquillo)  di una famiglia inglese alle prese con le insidie della cosiddetta gig economy.

Abbie (Debbie Honeywood) e Ricky (Kris Hitchen) sono una coppia di Newcastle felicemente sposata e molto legata ai figli, il sedicenne Sebastian (Rhys Stone) e l’undicenne Liza (Katie Proctor). Per poter acquistare finalmente una casa, Ricky decide di acquistare un furgone per con cui avviare un’attività di corriere freelance per conto di una grossa ditta di consegne di proprietà del rude Maloney (Ross Brewster). Ma il nuovo lavoro e i suoi ritmi massacranti metteranno ben presto a repentaglio la stabilità della famiglia.

Dopo aver raccontato nel pluripremiato Io Daniel Blake le kafkiane distorsioni del sistema sanitario inglese, Loach ci mostra come la legittima aspirazione di un padre, quella avere una cosa propria, si trasformi in un’odissea per l’intera famiglia che vedrà la propria umanità e i propri legami affettivi sacrificati, in maniera quasi orwelliana, a un sistema produttivo che dietro l’apparente maggiore libertà del lavoratore nasconde la privazione di qualsiasi tutela e diritto, trasformandosi così in una sorta di schiavitù legalizzata, come quella dei proletari in Metropolis di Fritz Lang.

Così mentre Ricky diventa suddito del suo scanner per le consegne, vero e proprio Moloch 2.0, Abbie, infermiera a domicilio per anziani, che ha rinunciato alla propria auto per aiutare il marito nell’acquisto del furgone si trova quotidianamente costretta a scegliere tra l’ottimizzazione dei tempi di lavoro e prendersi cura in maniera decorosa dei suoi assistiti, mentre i figli subiscono le conseguenze dell’abbandono forzato dei genitori divenuti , troppo impegnati o troppo esausti per occuparsi di loro, in un crescendo di situazioni sempre più drammatiche e, apparentemente, disperate.

Se negli anni ’70 il prototipo del perdente era l’impiegatuccio alla Fantozzi con automobile, posto fisso e casa di proprietà, Loach ci mostra, con impressionante realismo, che 40 anni dopo la società devota al capitale ha saputo fare molto, ma molto, peggio.

Andrea Persi

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