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Novembre 24, 2020
Recensioni

Tenet

Fin da quando il Dottor Emmet L. Brown pronunciò la storica frase: “la domanda giusta è quando diavolo sono” il Tempo, con i suoi paradossi e legami, è divenuto il vero protagonista non solo di film di fantascienza, ma perfino di commedie (Land of Lost con il comico Jimmy Ferrel) e di pellicole romantiche (La casa sul lago del tempo con Sandra Bullock e Keanu Reeves). Invece, Christopher Nolan, portando avanti il proprio personale discorso artistico sulla relatività del Tempo iniziato con Interstellar e poi proseguito con Dunkirk (e in parte con Inception), ritorna alle atmosfere prettamente fantascientifiche della pellicola del 2014 e quindi all’idea di una relatività oggettiva e non soggettiva del Tempo, in quest’opera, di cui è anche sceneggiatore, girata con la fotografia di Hoyte van Hoytema (Spectre, Ad Astra) e le musiche del premio Oscar Ludwig Göransson (Creed, Black Panther).  

Un agente segreto senza nome (John David Washington) deve sventare un complesso intrigo ordito dall’oligarca russo Andrei Sator (Kenneth Branagh) che potrebbe mettere in pericolo l’umanità stessa. Ad aiutarlo ci saranno il disincantato Neil (Robert Pattison) e l’affascinante Kat (Elizabeth Debicki). 

Traendo ispirazione dal celebre quadrato del Sator, una misteriosa iscrizione latina formata da 5 parole (Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas, ricorrenti anche nel film) che si ripetono da qualunque parte si inizi a leggerle (con tenet che, non a caso interseca se stessa in orizzontale e in verticale), che assieme al protagonista innominato e ai discorsi spesso criptici dei personaggi, contribuisce a creare un’atmosfera vagamente surreale, Nolan costruisce un adrenalinico action movie sulla falsariga della saga di Mission Impossible in cui passato e futuro (similmente a ciò che avviene nella serie tv Netflix Dark) possono interconnettersi ed influenzarsi a vicenda, riuscendo nelle due ore e mezzo di film a sfaccettare talmente bene l’idea di partenza (esposta al pubblico dopo l’enigmatica scena iniziale) e a evitare nel contempo i tempi morti di “spiegoni” iperdettagliati, da rendere la narrazione sempre avvincente e fluida. Certamente evitabile, però, (molto più che in Interstellar dove se non altro aveva una sua funzione di supporto necessario alla storia principale) la sottotrama sentimentale alla quale Nolan indulge troppo spesso, rischiando così di rovinare la storia (si pasticcia col Tempo non per fermare il cattivo ma per salvare la stangona bionda di turno appena conosciuta? Boh?). Agrodolce, infine, la scelta del cast: molto bravi Washington nel ruolo dell’eroe roccioso ma allo stesso tempo insicuro e Branagh in quello del villain spietato (anche con sé stesso) macchiesttistico, invece, Pattison e espressiva come un manichino della Rinascente la Debicki.

Nolan si conferma uno dei registi più innovativi e visionari del momento, ma non riesce a sfuggire al proprio karma di cercare di andare incontro ai gusti del grande pubblico a scapito dell’ originalità delle sue pellicole. Evidentemente “tenet” famiglia pure lui.

Andrea Persi

 

 

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