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The Ballad of Buster Scruggs: recensione del nuovo film dei Coen

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I fratelli Coen sono da sempre una garanzia nel mondo del cinema. Autori di capolavori come Crocevia della Morte,  cult immortali come Il Grande Lebowski o per andare in periodi più recenti di pellicole di elevato spessore artistico come Non è un Paese per Vecchi. Quest’ultimo vincitore del premio Oscar miglior film. Checchè se ne dica, trovo anche l’ultima parte di carriera è notevole. In particolar modo mi trovo sempre a dover difendere Ave Cesare, opera estremamente sottovalutata all’interno della loro filmografia. Siamo arrivati al presente dunque. A Venezia il duo ha presentato The ballad of Buster Scruggs, film che ha messo d’accordo più o meno tutti, dalla stampa al pubblico. Tanto da far vincere ai due registi il premio miglior sceneggiatura. Molti pensavano, durante il toto leone che la miglior sceneggiatura andasse a Doubles Vies di Assayas. Invece il film dei Coen riusci ad essere (praticamente) l’unica vera sorpresa di una premiere altrimenti assai prevedibile (ma anche giusta dal mio punto di vista). L’ unica cosa che si sapeva prima della proiezione era che si trattava di un film antologico (all’inizio addirittura si pensava fosse una miniserie), ovvero un film composto da più episodi ognuno auto conclusivo. I Coen, lo dico subito non hanno perso lo smalto (ma diciamocelo, lo hanno mai perso?), la scrittura è veramente di livello altissimo (basti vedere l’inizio scoppiettante con il personaggio di Buster Scruggs) anche se ci sono episodi più riusciti (l’ultimo ambientato tutto all’interno di una carrozza) ed altri meno (l’episodio con Liam Neeson). Questi però credo varino di persona in persona. Ciò che è chiaro è il filo comune che lega tutti gli episodi, ovvero le storie e la loro eternità, al contrario delle persone che sono mortali nelle loro spoglie corporali. Ognuna di loro racconta e reinventa il western da più punti di vista (dalla frontiera e la corsa all’oro al western leoniano di stampo classico) mostrandone soprattutto il lato oscuro. Il tutto con una vena di black humor tipica delle loro produzioni. L’ultima opera dei Coen si rivela essere un altro centro, complesso, stratificato, al tempo stesso fedele all’anima western eppure anche innovatore e dissacrante. Da vedere e rivedere dunque ma anche da studiare, inquadratura dopo inquadratura.

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