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Ottobre 1, 2020
Netflix Recensioni

The Irishiman

Dopo l’interminabile polemica aperta dallo stesso regista sulla valenza cinematografica dei film Marvel, l’ultima opera di Martin Scorsese è arrivata, dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma e un rapido passaggio nelle sale, sulla piattaforma Netflix da cui è stata prodotta.

Il film, basato sulla biografia del malavitoso Frank “The Irishman” Sheeran, scritta da Charles Brandt, è sceneggiato da Steven Zaillian (Schindler’s List, Gangs of New York) e si avvale della fotografia di Rodrigo Pietro (Frida, Argo) e delle musiche di Robbie Robertson (Toro scatenato, Ogni maledetta domenica).

Il vecchio sicario mafioso Frank Sheeran (Robert De Niro), rievoca il proprio passato criminale al comando del boss Russel Bufalino (Joe Pesci) e il rapporto con il potente presidente del sindacato dei camionisti Jimmy Hoffa (Al Pacino).

Tornando a uno dei generi che lo hanno reso famoso e affiancato da tre leggende di Hollywood, Scorsese costruisce una monumentale opera biografica di quasi tre ore e mezza che, sebbene stilisticamente impeccabile per inquadrature e fotografia, ammorba, per oltre la metà del tempo, lo spettatore con un’interminabile loop di scene di varia “mafiosità” trite e ritrite, peraltro prive di quel pathos sul loro epilogo che invece era il punto di forza del cult Quei bravi ragazzi e rese grottesche dai “mascheroni digitali” utilizzati per ringiovanire gli attempati interpreti (aspetto su cui Scorsese avrebbe davvero da imparare dai curatori di effetti speciali dei cinecomic), che però non impediscono a De Niro una delle sue performance migliori, con un’ ossessiva e perforante colonna sonora anni ’60 che fa da contrappunto alle sequenze, alcune della quali talmente ridicole da essere imbarazzanti come la sfuriata di Pacino ai suoi sottoposti o l’incontro tra lo stesso Pacino e il boss Anthony Provenzano (Stephen Graham) e con espedienti tecnici come i flashback, la rottura della quarta parete e le didascalie esplicative dei personaggi, ormai arcinoti al suo pubblico.

La pellicola, tuttavia, recupera alla grande nell’ultima parte in cui il regista di Taxi Driver offre momenti di grandissimo Cinema, raccontando, anzi praticamente facendo vivere allo spettatore, sia pure in maniera alquanto romanzata, le esperienze finali della storia dei suoi protagonisti.

Nel complesso un buon film la cui parte migliore è quella in cui Scorsese evita l’autocitazionismo più scontato.

Andrea Persi

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