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Ottobre 16, 2019
Recensioni

The Silent Man

Di Andrea Persi 

Dal poetico Forrest Gump di Zemeckis, all’interminabile Gli intrighi del potere di Stone, passando ovviamente per il cult Tutti gli uomini del presidente di Pakula, nessun evento recente della Storia americana, se non l’omicidio Kennedy, ha ispirato il cinema più del caso Watergate. Si potrebbe quindi pensare che ormai si sappia tutto dello scandalo che condusse alle dimissioni, le prime e le uniche di un capo di Stato Usa, dell’allora presidente Richard Nixon. Invece un particolare molto importante, ovvero l’identità e la storia dell’informatore, il famoso Gola Profonda, grazie al quale Woodward e Bernstein ricostruirono la vicenda è rimasta un mistero fino al 2005, quando un novantenne ex agente del Fbi, Mark Felt non confessò di essere stato lui a svelare la cospirazione alla stampa.  Ma chi era Felt e quali furono le sue ragioni? A tentare di dare una risposta è il regista, qui anche sceneggiatore, Peter Landesman (Parkland, Zona d’ombra) e il suo team formato, tra gli altri, dal direttore della fotografia Adam Kimmel (Capote – a sangue freddo), lo scenografo David Crank (Vizio di forma) e il compositore Daniel Pemberton, autore delle musiche del prossimo film del premio Oscar Adam Sorkin, Molly’s game.

Durante la campagna elettorale del 1972, il direttore del Fbi J. Edgar Hoover muore improvvisamente lasciando la potente agenzia in mano al suo fidato vice Mark Felt (Liam Neeson), il quale viene però subito rimpiazzato da L. Patrick Gray (Marton Csokas) uomo di fiducia del presidente Nixon. A seguito di un fallito tentativo effrazione nella sede del partito democratico all’interno dell’hotel Watergate, Felt si rende conto dell’esistenza di un complotto che coinvolge la stessa Casa Bianca, trovandosi a dover decidere se rimanere fedele o meno il sistema in cui ha sempre creduto.

Girato in maniera asettica, attraverso una fotografia dove predominano, raramente contrastati dal rosso, colori freddi come il blu il bianco e il nero, e volutamente frammentaria per fornire allo spettatore non la successione degli eventi, scanditi con frequenti salti temporali dall’avvicinamento alla fatidica data dell’election day, ma la visione particolare che ne ha il protagonista, la pellicola non ci racconta di un eroe che mette in gioco la sua vita o quella dei suoi cari non per la verità e la giustizia ma, più realisticamente quanto disperatamente, di un potente burocrate che si batte spesso facendosi pochi scrupoli, come nelle diverse scene in cui tenta di scaricare sui suoi più fidati collaboratori i sospetti di essere la talpa, per ristabilire quell’ordine che ritiene violato, si veda la scena in cui comunica ai suoi uomini che proseguiranno l’inchiesta sui fatti del Watergate nonostante le pressioni per desistere, dalle manovre politiche dello staff presidenziale. Il ritratto quindi di una persona delusa da quel sistema che ha difeso per tutta la vita, fino al punto di tagliare i ponti con la giovane figlia hippie, ma che pur combattendone gli aspetti più nefandi non riesce a rinnegarlo del tutto, creando un interessante dualismo narrativo tra la figura pubblica di Felt, manipolatrice e ambigua e quella privata, tormentata e, in certi momenti, persino spaventata dalle possibili conseguenze della sua ribellione al potere.

Dopo tanti (forse troppi) ruoli in pellicole action, Neeson fa ritorno a una dimensione attoriale più adulta con un ruolo drammatico a 360 gradi, interpretato con la consueta maestria, al fianco di una Diane Keaton, nel ruolo della moglie di Felt, in realtà piuttosto in ombra a causa della modesta presenza del suo personaggio in scena e di un Tom Sizemore, nel ruolo del cinico agente Bill Sullivan a cui invece, bastano poche sequenze per imporsi, anche fisicamente grazie l’aspetto tarchiato e sgraziato rispetto allo slanciato Neeson, come vero è proprio alter ego del protagonista.

Silent man offre un mix molto riuscito, anche per chi conosce gli avvenimenti, tra dramma, thriller, sia spionistico che psicologico e fornisce una prospettiva nuova e inedita di una vicenda che dopo quasi 60 anni ancora è emblematica dei lati oscuri del potere e del ruolo dell’informazione del proteggere i cittadini da essi.

 

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